L’inganno di Antonio De Cristofaro

L’inganno di Antonio De Cristofaro

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Antonio De Cristofaro nasce a Bellona in provincia di Caserta, studia e si laurea all’Istituto Orientale di Napoli in Lingue e Letterature Straniere Moderne, indirizzo europeo, specializzandosi in lingua inglese e francese che insegnerà a Milano dove tutt’ora vive.

 
Tra le sue passioni lettura e scrittura. La sua prima pubblicazione è ”Vite spezzate, il sogno e la memoria”  del  2007,  a cui seguirà il romanzo ”Giada” che riceverà subito importanti riconoscimenti.
Nel 2016 pubblica il suo secondo romanzo dal titolo: ”L’inganno” per  Silele Edizioni.

 

 Ferdinando Baron (*) ci parla del libro

Bisogna fare un salto indietro di due secoli per trovare le radici di questo romanzo, ritornando ad inizio ‘900, quando i temi della sessualità moderna, dell’alienazione sociale e dell’esistenzialismo si sono affacciati nel panorama letterario dell’Europa Occidentale.

Sandro è un uomo per certi versi novecentesco: conduce una vita discretamente agiata, ha una moglie, due figli grandi e L'ingannoun lavoro che gli reca grandi soddisfazioni. E’ un uomo compiuto, un borghese perfetto che agli occhi del mondo (e del paese d’origine) ha avuto tutto dalla vita. Ma questo quadretto familiare è solo uno specchio deformante, una sorta di inganno costruito da Sandro contro se stesso.

 

Inquieto come un personaggio di Moravia, nasconde dentro di sé una profonda insoddisfazione, dalla quale si è allontanato grazie ai successi commerciali. E’ solo una fuga temporanea, perché bastano pochi eventi e soprattutto la conoscenza di un’avvenente collega per far riemergere tutta l’infelicità e la frustrazione. Ma non basterà a salvarlo da se stesso: sarà solo il segnale, palese, di un non più rinviabile confronto col proprio Io e con la sua famiglia.

 

Un confronto che, grazie ancora una volta ad una donna, avrà un finale audace.
I temi centrali del romanzo di Antonio De Cristofaro sono l’aridità sessuale, l’ipocrisia della vita contemporanea e la sostanziale incapacità degli uomini di raggiungere la felicità nei modi tradizionali, affiancati da donne ormai prive di passione. La sua scrittura è a un tempo semplice e pur toccando temi ‘piccanti’ in realtà austera, caratterizzato dall’uso di un vocabolario comune e allo stesso tempo ricercato, inserito in una sintassi elegante.

 

Un libro che si può leggere come un manifesto contro la prigione sentimentale e a favore della ricerca di una felicità fuori dai doveri attribuiti alla vita, ma in realtà cercati e costruiti dall’uomo nel suo allontanarsi dalla propria natura. Sandro rischia di finire in un nihilismo di stampo nietzschiano, ma se ne libera attraverso una vitalità tenuta a stento a freno.

Un uomo che si è auto ingannato, convinto che la trasformazione da bambino a uomo sia tutta esteriore, connotata da una serie di passaggi rituali: l’ingresso nel mondo del lavoro, il matrimonio, la nascita e la cura dei figli. Finché un giorno ci si accorge che anche quelle scelte sono state dettate dal bambino che si circonda di giocattoli per scacciare quella noia, direbbe Moravia, che ti si attacca alle viscere. Sandro distrugge il suo inganno e conclude che l’atto sessuale, inteso come atto vitalistico, lo possa liberare dalle proprie angosce. C’è però un sotteso che a ben vedere lascia aperto lo spiraglio ad un nuovo più raffinato inganno. Una donna spinge Sandro alla disperazione, una donna gli svela l’inganno, un’altra lo libera, eppure Sandro è convinto di far da sé, di essere lui la causa della sua prigione.

 

James Joyce

James Joyce

Il che si rivelerà drammaticamente vero, ma anche vero si rivelerà come la presunta liberazione sarà ancora una volta affidata ad un elemento esterno, a quella esteriorità da cui ci si vorrebbe liberare. E qui si trova tutta la contraddizione dell’uomo moderno, così a fondo esplorata da Pirandello, Musil, Joyce e altri. Un uomo che rifugge la realtà per entrare nel proprio io alla scoperta della causa di quell’inquietudine che non lo abbandona mai. Mentre viaggia dentro di sé, tuttavia, è comunque immerso nella vita e nel sociale, e da questi non può fare a meno di esserne continuamente sollecitato. Anche quando pensa di aver risolto l’inganno, in realtà rischia di caderne in uno ulteriore, in una sorta di gioco di specchi infinito.

E’ Sandro, infatti, il liberatore di se stesso, oppure ha semplicemente deciso di cambiare prigione? Una risposta univoca per tutti non c’è. Né è stata trovata, fino ad ora, perché l’uomo è comunque animale sociale. Anche fosse un genio e del tutto proiettato verso l’esteriorità, si sentirebbe egualmente come Alessandro Magno davanti al mare dopo aver conquistato tutta la terra possibile. O come l’Ulisse di Dante, eterno navigante a caccia di nuove terre, sempre e inspiegabilmente insoddisfatto. E forse è proprio in questa contraddizione insanabile la vera essenza della natura umana.

Ferdinando Baron

 

 

(*) Ferdinando Baron (Milano 1976), giornalista, narratore di storie, cronista del Corriere della Sera. Consulente del padiglione della Società Civile ad Expo Milano 2015, collabora al canale Ambiente di Corriere.it e dirige alcuni giornali locali del Nord Milano.

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