Dicono di me

Caffè Goya, portale di critica letteraria digitale 24/02/2011

Le intelligenti emozioni de “Il pizzo dell’aspide” di Dianora Tinti

Il sole, le intemperanze della vita, il profumo di limoni, la Toscana, il Salento. Quali altri ingredienti potrebbero risultare un mix migliore per catturare l’attenzione e non lasciarsela sfuggire sino alla fine? Un romanzo, una storia vera, autentica come può essere solo il vero amore, “Il pizzo dell’aspide”, è un luogo non-luogo , un posto fuori dal tempo. Di questo incontro e  di un sentimento unico e travolgente, i due protagonisti, Antonio e Francesca, ne fanno il perno della loro esistenza, pur non potendolo vivere mai in pienezza. La vita, si sa, a volte segna i tracciati e i percorsi, in modo del tutto diverso dalle nostre aspettative. Ma poi può restare in credito con noi, e alla fine presentare il conto. La scrittrice, con penna lieve e profonda allo stesso tempo, ci racconta un’altalena di viaggi tra due magnifiche regioni italiane, tra panorami suggestivi e scenari in cui né la lontananza, né la conduzione di vite separate riesce a dividere i due dal destino che li unisce. Le affinità elettive tra anime non sono un’invenzione di Goethe, ma a lui viene subito da pensare, quando la forza di un sentimento trascende il tempo, le circostanze, le difficoltà, il proprio remare contro, e non riuscire a non naufragare. Prima ancora di cercare di spiegarla, la vita, la si deve sentire. E il corpo, lo sappiamo tutti, è l’esatto contrario del pensiero e della riflessione. E’ il corpo che parla. Attraverso la respirazione affannosa e interrotta, gli spasmi dell’esofago, il cambio del ritmo cardiaco… ma  anche attraverso il corpo Antonio e Francesca combattono contro qualcosa, fino  a cedervi, in pochissime e preziose occasioni, uniche e immortali. Il filosofo francese Gabriel Marcel l’aveva già detto: l’essere si rivela nel mistero di cui si circonda. E’ per questo motivo che l’unico modo  per cercare di capire l’umano è rendersi disponibile di fronte alla fragilità esistenziale di ognuno di noi, senza cercare di analizzarla e comprenderla in termini puramente razionali. Anche quando ci sforziamo di combattere le passioni traducendo in pensieri quello che proviamo. La ragione, infatti, cerca sempre di contenere i nostri affetti, per evitare che sfuggano al nostro controllo. La “maschera conscia” di ognuno di noi, però, spiega Lacan, non copre mai del tutto il “soggetto autentico” che si dibatte all’interno di un groviglio di passioni. La vita è sempre piena di crepe, dobbiamo imparare a conviverci.  L’estrema vulnerabilità della condizione umana si può riuscire a  capire solo in quest’ottica. E accettare di essere strattonati su e giù per l’Italia da vicende familiari, come fossero il nostro bozzolo privato, ma al contempo essere sconvolti da avvenimenti al di sopra della nostra portata e contro cui nulla possiamo. Ma la vita è una, ci giochiamo spesso tutto in una volta. E, come dice un’amico della protagonista, il fedele fattore che ha assistito a tutto lo svolgersi della trama della sua esistenza :  “Pensare di poter avere più di un Amore è come credere di poter vivere più di una vita”.

La redazione

 


Dastoria_di_un_manoscritto Literay, marzo 2014

Un insolito manoscritto, un amore spezzato e frammenti di vita riaffiorano e scandiscono eventi e tumulti del cuore, scorci di un fluire quotidiano che capta una parallela realtà onirica sullo scenario di odori, colori e storie di una seducente Maremma.

La scrittrice Dianora Tinti, nel romanzo Storia di un manoscritto, già dal bel titolo introduce all’essenza della coinvolgente vicenda che, con grande capacità narrativa, sa incastonare pagina dopo pagina.

Laura, cinquantenne, coniugata con due figli, editor presso una casa editrice, leggendo il manoscritto di un autore esordiente percepisce un vissuto che le appartiene. Da questa circostanza si dipana l’insieme di avvenimenti che s’intersecano tra passato e presente, tra ciò che appare e ciò che non è stato.

L’autore del dattiloscritto è Giulio, amato da Laura negli anni dell’Università. Il loro rapporto si è interrotto in seguito a un incidente automobilistico che ha causato la perdita della memoria di lei. Ne consegue un viaggio introspettivo teso a identificare una verità dimenticata o illusoria dentro un labirinto di partenze e arrivi spesso dolorosi.

L’archetipo del tempo e della sua rielaborazione permea le vite dei protagonisti e dei co-protagonisti dell’intera opera attraverso analogie, emozioni e ossessioni raffiguranti le fragilità esistenziali, tutto questo sia da un’ottica maschile che femminile.

Come in una rifrazione di instabili specchi, sobbalzi e interruzioni di percorrenze subite o volute configurano la concatenazione degli accadimenti desiderosi di ricomporre una lacerata armonia.

Storia di un manoscritto riverbera l’ordito di affetti e sensazioni che inducono a riflettere sul senso dell’essere, e al contempo del sognare, aspetto quest’ultimo accentuato anche dalla descrizione del panorama toscano, caro alla scrittrice e tanto ricco di celate magie e di misteri.

Certezze e dubbi riaffiorano tra flusso e riflusso della parabola esistenziale imprevedibilmente sfuggita a un uomo e a una donna tra il tormento dell’attesa, la trasognata speranza, l’inquieta saggezza e l’accelerata materialità dell’attuale millennio.

Il plot possiede un humus psicologico che rende i personaggi emotivamente e metaforicamente compagni di percorso e di ricerca interpersonale di ogni lettore.

caffeina - il tirreno

Dal quotidiano Il Tirreno, di Paolo Mastracca

 

 

 

 

 

 

 

 

mammapatrizia_love_kisskiss_xoxoPatty’s Blog su Il Pizzo dell’aspide

 

 

 

[02_LECCE - 27]  QTDN/CULTURA/01 ... 05/09/12

Da Il Nuovo quotidiano di Lecce, di Maria Grazia Maci

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