Intervista esclusiva a Nicoletta Bortolotti

Intervista esclusiva a Nicoletta Bortolotti

Nicoletta Bortolotti

Nicoletta Bortolotti

Nicoletta Bortolotti nasce a Lugano, vive a Milano, è scrittrice e redattrice editoriale, autrice di romanzi sia per ragazzi che per adulti, pubblicati da vari editori. Con Einaudi Ragazzi ha pubblicato Oskar Schindler il Giusto (collana Semplicemente eroi), e In piedi nella neve, vincitore dei prestigiosi premi Il gigante delle Langhe e Letteratura ragazzi Cassa di Cento.

 

Ogni libro scritto da Nicoletta Bortolotti lascia nel lettore un’emozione che si alimenta nel ricordo, nella memoria, e nella vita.

 

La sua ultima fatica letteraria è: La bugia che salvò il mondo, edito dalla Einaudi Ragazzi.

 

Grazie a Fausto Bailo che l’ha intervistata in esclusiva per noi, ma un ringraziamento va anche alla Premiata Libreria Marconi di Bra (Cn) che ha collaborato fattivamente.

Qual è stata la scintilla che ti ha portato a scrivere La bugia che salvò il mondo e quando, per la prima volta, hai sentito questa storia?

Mi piace la metafora della scintilla, che lungi dall’essere semplicemente un modo di dire, rende bene l’idea del processo creativo: la scintilla è quel quid, quello stimolo, che all’improvviso gettato nel serbatoio di benzina dell’immaginario, innesca l’accensione del motore.

Per quanto mi riguarda, ho tempi lunghi per “pensare” a una storia, quindi non mi considero una scrittrice seriale, non sono molto prolifica. Qualche anno fa vidi un documentario di “Voyager” sulla vicenda del Giusto Giovanni Borromeo, medico del Fatebenefratelli di Roma che nel 1943, durante la terribile retata delle SS nel ghetto romano per la quale furono deportati ad Auscwitz migliaia di ebrei, salvò numerosi pazienti ebrei ricoverati in corsia, raccontando ai nazisti che erano affetti da una malattia contagiosissima e inesistente, il morbo di K. A chi gli domandava se si trattasse del morbo di Koch, cioè della tubercolosi, lui rispondeva: “È il morbo di Kappler”.

A questo grande eroe, ammesso dopo la guerra fra i Giusti delle Nazioni, fu anche dedicato il documentario My Italian SecretGli Il Giusto che inventò il Morbo di K eroi dimenticati. La storia mi colpì molto. Subito ne percepii il cuore per un racconto destinato ai ragazzi, ma anche agli adulti, poiché le vicende che scelgo di narrare sono, in genere, abbastanza trasversali. Per chi volesse approfondire, consiglio anche la bella biografia scritta dal figlio Pietro: Il Giusto che inventò il Morbo di K (Fermento, 2007).

Non solo, ma sempre diversi anni fa, si era depositata in me l’immagine di due ragazzi che, grazie alla fantasia e al gioco, sarebbero riusciti ad affrontare meglio una situazione drammatica: ecco che una fortezza oscura, un carcere o un ospedale diventavano un castello dove i giovani protagonisti inscenavano le proprie avventure… Ne La bugia che salvò il mondo, Cloe e Amos adorano pescare nel Tevere e sognano di catturare una creatura leggendaria. Ma la storia avrà in serbo per loro un diverso destino:

Cloe e Amos arrivarono alla banchina e si sedettero poco prima del salto artificiale che rallentava la corrente. L’ombra dei loro piedi li osservava dall’acqua polverosa. L’Isola Tiberina spiccava simile a una mandorla verdastra incastonata nel cuore del fondale, proprio davanti al ghetto ebraico, dove in via del Portico d’Ottavia 18 abitavano Amos e i suoi genitori. Sull’Isola sorgeva il Castello con il Re e le sue guardie. Così Cloe e Amos chiamavano l’Ospedale Fatebenefratelli, l’antico e nobile palazzo dai muri color zafferano, situato accanto all’Ospedale Israelitico che ospitava la sinagoga e alla Basilica di San Bartolomeo. Correva voce che il primario del Fatebenefratelli, Giovanni Borromeo, e i suoi medici non fossero iscritti al partito fascista…

Scavando più a fondo nel cuore della narrazione mi resi conto che poneva domande importanti. Il dottor Borromeo era stato costretto dalla Storia a raccontare una menzogna per salvare vite umane, ma a Cloe e Amos gli adulti avevano sempre insegnato a non dire bugie. Ci sono verità che possono uccidere e menzogne che possono salvare? E la Storia, con i suoi inganni, i falsi miti o le verità negate, non appare talvolta come una terribile e meravigliosa bugia? Diventare grandi potrebbe anche significare imparare a mentire”?

I protagonisti del suo romanzo, Amos e Cloe  sono frutto della sua fantasia?

“Cloe, figlia di un maestro elementare fascista, è una bugiarda di professione e racconta frottole per non andare a scuola. Amos, il suo migliore amico, figlio di un docente ebreo, non è proprio capace di mentire. Eppure sarà lui a dover fingere di essere malato, mentre Cloe lo sarà per davvero… Entrambi i personaggi sono frutto di fantasia e ho cercato di caratterizzarli per opposizione.

 

Giovanni Borromeo

Giovanni Borromeo

Il dottor Borromeo, invece, è naturalmente un personaggio realmente esistito, e per tratteggiarne la biografia e la personalità mi sono basata, fra le altre fonti, sul libro scritto appunto dal figlio Pietro: Il Giusto che inventò il Morbo di K.

 
Nonostante gli insigni meriti accademici e scientifici, a Borromeo venne rifiutato il posto di primario poiché si era rifiutato di iscriversi al partito fascista, finché non lo chiamò il priore Maurizio Bialek, all’Ospedale Fatebenefratelli che aveva intenzione di ristrutturare: “Lei ha la qualifica ma non ha l’ospedale” gli disse Bialek. “Io ho l’ospedale ma non ho il primario. Lavoriamo insieme?” Per prima cosa il dottor Borromeo fece assumere un medico ebreo, Vittorio Sacerdoti

 
Oltre alla solida preparazione scientifica, il dottor Borromeo vantava una profonda umanità, tanto da visitare gratuitamente i pazienti più poveri, e un’ironia tutta romanesca.

Un personaggio importante è sicuramente il Tevere, l’antico fiume biondo, chiamato anche Albulus per i suoi riflessi color sabbia, che scorre imperturbabile accanto alle tragedie umane e le oltrepassa, il piccolo grande fiume, scenario per i ragazzi di sogni e avventura.
Non è stato sempre facile ricostruire la vita che si svolgeva in un grande ospedale negli anni della Seconda guerra mondiale, quando proprio dal tentativo di curare le ferite e le infezioni causate dalla guerra, la ricerca medica ha avuto un impulso straordinario, dalla scoperta dei sulfamidici all’impiego dei primi antibiotici e dei raggi X, dei quali però non si conoscevano i pericolosi effetti collaterali. La storia del Fatebenefratelli, inizia in epoca romana:

Il giorno prima. Un tempo perduto in un’irrealtà favolosa come accade quando una brutta notizia arriva all’improvviso. L’irrealtà in cui sembrava immerso ora il Castello, splendente di rame autunnale. Il vecchi ospedale a forma di nave sorto sulle rovine del tempio di Esculapio, il dio della medicina.
Chissà cosa avrebbe fatto il Re del Castello se avesse saputo che il suo migliore amico era stato allontanato da scuola? Il dottore che aveva assunto un medico ebreo e che diceva che i cromosomi sono uguali in tutte le persone della Terra…

L’ambientazione e il contesto mi hanno guidata anche nella ricostruzione della vita scolastica all’epoca della fascistissima riforma Bottai, quando i bidelli preparavano la polvere per l’inchiostro da versare nei calamai… Fondamentale anche, oltre ai documenti e alle testimonianze dei sopravvissuti, per offrire una narrazione il più possibile veritiera della terribile deportazione che subirono più di mille ebrei dopo aver consegnato i 50 chili d’oro richiesti da Kappler, è stata una fonte letteraria d’eccezione: La Storia di Elsa Morante. E il nome della madre di Cloe, Ida, è un piccolo tributo a questo immenso capolavoro”.

La vita del primario Borromeo, durante il periodo della guerra, può essere paragonata al medico di Lampedusa Pietro Bartolo, in una moderna edizione di Vite parallele?

“Entrambi sono uomini di medicina e mi paiono accomunati dalla stessa vocazione eroica, basata non tanto su altisonanti proclami, bensì su un fare silenzioso, paziente, pratico e senza domande, come si conviene a chi fa del giuramento prestato a Ippocrate la propria missione di vita. Lo esprime bene la moglie di Borromeo, Maria Adelaide, quando il marito le prospetta la necessità di esporsi per aiutare gli ebrei, rischiando di essere anche lui deportato. Maria Adelaide replica senza mezzi termini: “Va fatto? Si faccia”.1372486762-gestapo

 

Il dottor Pietro Bartolo, che ha preso parte alla vita politica del nostro Paese, rifiuta un incarico prestigioso per stare vicino ai migranti. Il dottor Giovanni Borromeo rifiuta di iscriversi al partito fascista e ciò, per un certo periodo di tempo, mette a repentaglio la sua carriera. Sia l’uno che l’altro non si sottraggono all’impegno pubblico e sociale che le sfide della loro epoca richiedono. Giovanni Borromeo, il cui padre sedeva in parlamento insieme a don Luigi Sturzo, era anche animato da una fede profonda e tuttavia mai esibita. Alla fine della guerra diventerà il medico personale di Alcide De Gasperi.

Quale personaggio della letteratura le ricorda di più le gesta compiute dal primario Borromeo?

“Fra i più celebri dottori della letteratura citerei senz’altro il dottor Zivago e Tomáš, dell’Insostenibile leggerezza dell’essere: due personaggi calati profondamente nelle vicissitudini della Storia. E poi mi viene in mente A. J. Cronin, medico e scrittore che ho molto amato da ragazza e che cito anche nel mio romanzo per adulti. E Hosseini... Aggiungo una minima nota personale. Mio nonno era medico delle Alpi in Svizzera e alcune pagine in cui ha narrato le proprie esperienze di cura in cascine e alpeggi dagli anni Trenta agli anni Cinquanta sono avvincenti come un romanzo”.

A quale persona dedicherebbe la sua ultima fatica letteraria?

“A Lucia Torracca e Tiziana Viora, le uniche due donne chirurgo in Italia che hanno ottenuto il posto di primario. Tiziana Viora racconta che opera praticamente da quando era bambina, folgorata dal gioco di un’amichetta: “L’allegro chirurgo”… Negli ambiti che richiedono livelli di eccellenza come la chirurgia le donne vengono sempre poco considerate. Nonostante possiedano le stesse capacità degli uomini e ottime abilità organizzative…”

Progetti per il futuro?

“Venerdì 11 maggio 2018 alle 18.30 presenterò al Salone del Libro di Torino il mio romanzo per adulti Chiamami sottovoceSalone-Internazionale-del-Libro-di-Torino-660x330 (Harper Collins Italia). Anche questa storia, la cui ambientazione fra Milano e la Svizzera è in parte autobiografica, ci ha messo anni a sedimentare dentro di me. Inizialmente l’avevo proposta come racconto per ragazzi ma mi era sempre stata rifiutata. Però, come si dice in questi casi, quando si chiude una porta si apre un portone. E forse, proprio tali rifiuti, mi hanno aiutato a capire che dovevo scalare la montagna da una via differente: quella del romanzo per adulti.

 
In Svizzera, negli anni Settanta e Ottanta del Novecento, gli emigranti italiani (ma anche spagnoli, greci, portoghesi…) non potevano portare con sé la famiglia. Vigeva una legge severa nei confronti dei lavoratori stagionali stranieri. Poco meno di trentamila bambini italiani, fatti entrare clandestinamente nella Confederazione elvetica dai genitori emigranti, sono stati nascosti in soffitte, abbaini, cantine o seminterrati per non essere scoperti. Lì hanno trascorso gli anni migliori della loro infanzia.

 
Chiamami sottovoce narra di una casa oltre il confine, di un bambino chiuso in una soffitta e di una donna chiusa in un’illusione. Narra degli anarchici e della Centrale Antifascista svizzera. Narra di una montagna, il San Gottardo, la via delle genti, castello d’acqua, percorsa dal sentiero delle quattro sorgenti che corrispondono ai quattro punti cardinali: il Reno, il Rodano, il Reuss e il Ticino. Una montagna a cui hanno rubato le pietre, strappandogliele dalla carne, per costruire la galleria più lunga del mondo. La strada più breve dalla Sicilia al Nord”.

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