Intervista esclusiva alla scrittrice spagnola Julia Navarro

Intervista esclusiva alla scrittrice spagnola Julia Navarro


Julia Navarro è tra le scrittrici spagnole più apprezzate in Italia e, con oltre quattro milioni di copie vendute nel mondo, i suoi libri si sono affermati come un fenomeno editoriale capace di coniugare storia e suspense.

 

E’ recentissima l’uscita in libreria di Il bambino che perse la guerra, edito Salani, ottavo romanzo dell’autrice a essere tradotto in italiano.


Ha lavorato per quarant’anni come giornalista nei principali media spagnoli. Che cosa la colpisce di più del mondo dell’informazione di oggi e quali sono le differenze più significative rispetto a quello che ha conosciuto nei suoi primi anni di professione?

La differenza più grande tra il giornalismo di oggi e quello della mia epoca è senza dubbio la trasformazione tecnologica. Internet ha rivoluzionato il modo di informare. Non credo che allora si facesse un giornalismo migliore, ma semplicemente diverso e legato al tempo in cui vivevamo. Oggi apprezzo molto la varietà delle forme giornalistiche, come il lavoro dei fotoreporter, che spesso mettendo a rischio la propria incolumità raggiungono luoghi dove le grandi emittenti non arrivano. La sfida più urgente è però quella di distinguere l’informazione dalla propaganda e, per riuscirci, servono educazione, strumenti critici e un rinnovato interesse per le discipline umanistiche come la filosofia.

Nel 2004 ha pubblicato il suo primo romanzo e, dopo un periodo in cui ha portato avanti in parallelo il giornalismo e la letteratura, ha deciso di concentrarsi esclusivamente su quest’ultima. Perché ha sentito l’esigenza di fare questa scelta? È stato un passaggio difficile?

Lasciare il giornalismo è stato molto difficile, ma dopo il mio terzo romanzo capii che portare avanti due passioni allo stesso tempo mi avrebbe prima o poi portato a trascurarne una. Compresi di avere ormai più passato che futuro nel giornalismo, mentre la letteratura mi apriva una porta nuova e sentii il bisogno di attraversarla. Il distacco non fu semplice, ogni volta che ascoltavo una notizia o leggevo un giornale pensavo che avrei dovuto essere lì a raccontare quello che stava accadendo.

La fratellanza della Sacra Sindone ha venduto più di un milione di copie ed è diventato un bestseller. Cosa l’ha portata ad ambientare il suo primo romanzo in Italia e ad avere come protagonisti un capitano dei Carabinieri e una storica dell’arte di Torino?

L’idea del romanzo nacque leggendo un articolo sulla morte di Walter McCrone, un esperto forense che aveva analizzato al microscopio la Sacra Sindone. In quel momento capii che, se avessi scritto una storia legata alla Sindone, non avrebbe potuto che essere ambientata in Italia, e in particolare a Torino. Per questo il romanzo si apre proprio in questa città e poi si sposta a Milano, Roma e in altri luoghi di un Paese che amo profondamente e al quale torno ogni volta che posso.

Nel libro La Bibbia d’argilla, inizialmente ambientato a Roma, affronta per la prima volta temi complessi come guerre e conflitti. In che modo la sua lunga esperienza giornalistica ha influenzato il modo in cui costruisce questi scenari e dà vita ai personaggi?

La mia ex professione mi ha dato gli strumenti con cui lavoro ancora oggi, e mi ha portata in luoghi dove altrimenti non sarei mai andata o che non avrei saputo osservare con lo sguardo di una cronista. Da quell’esperienza nasce il mio modo di guardare il mondo, un modo diverso da quello di un turista, perché non viaggiamo per vedere i monumenti ma per raccontare le storie che li circondano.

Julia Navarro Foto: Juan Manuel Fernández

Nel 2020 Dime quién soy è diventato una serie televisiva e, nel corso della settima puntata, Amelia si reca a Roma dove stringe un forte legame con una diva dell’opera interpretata dall’attrice italiana Maria Pia Calzone. Come valuta l’interpretazione del personaggio di Carla Alessandrini da parte di quest’ultima e l’adattamento complessivo?

Maria Pia Calzone è stata straordinaria, assolutamente credibile e una delle migliori interpretazioni dell’intera serie. Quando immaginavo la diva dell’opera e poi la vidi sullo schermo, pensai subito: È lei, non potrebbe essere un’altra. Per uno scrittore l’adattamento è sempre complesso, perché il linguaggio televisivo e cinematografico non coincide mai con quello letterario. Ho discusso molto con gli sceneggiatori, ed è stata un’esperienza agrodolce: loro ritenevano che alcune cose andassero raccontate in un altro modo, e io insistevo sul fatto che non si potesse trasformare la storia in qualcosa di diverso da ciò che avevo scritto. Non è stato un processo semplice, e devo ammettere di non averlo reso facile nemmeno io.

Nel romanzo, il personaggio di Amelia ci viene svelato attraverso gli occhi di suo nipote Guillermo. Come descriverebbe una figura così complessa, in grado di compiere scelte tanto radicali nel corso della sua vita?

Amelia appartiene a un’epoca in cui la Spagna vive l’inizio della guerra civile, la caduta della Seconda Repubblica e un momento in cui le donne cominciano a conquistare alcune libertà. È figlia del tempo che le è toccato vivere ed è una donna che sbaglia spesso, non mi piacciono le eroine perfette. Ricordo che un produttore mi disse che le donne dell’epoca non abbandonavano i mariti, e io gli risposi che quella era la sua idea ma che la realtà era diversa. Una grande scrittrice come María Teresa León, per esempio, lasciò marito e figli per seguire Rafael Alberti. In quegli anni molte donne non si sposavano e convivevano con i loro compagni, altre si separavano. Non era la norma, ma neppure qualcosa di straordinario poiché il mondo stava cambiando.

In Una historia compartida, dedica l’ultimo capitolo a Oriana Fallaci, che ha definito un modello fin dall’adolescenza. Cosa l’ha affascinata di più del suo lavoro e della sua figura di giornalista?

Ero molto giovane quando lei era già una giornalista affermata, e diventare come lei significava raggiungere la vetta, non per il riconoscimento pubblico ma per ciò che era stata capace di realizzare. Mi affascinavano il suo impegno assoluto per la libertà e la capacità di raccontare ciò che vedeva senza lasciarsi sedurre da nessuno, per quanto influente fosse. Affrontava ogni intervista con una straordinaria indipendenza e aveva il coraggio di trovarsi sempre nel luogo in cui riteneva necessario essere.

Oriana Fallaci è stata una pioniera in un mondo dominato dagli uomini. Quale crede sia stata la sua eredità più importante per le giornaliste e scrittrici della sua generazione e delle successive?

Muoversi in un mondo dominato dagli uomini, soprattutto tra i corrispondenti di guerra, era estremamente difficile eppure lei riuscì a farsi rispettare. La sua eredità più importante è proprio questa, l’aver dimostrato che anche noi donne potevamo fare quel mestiere con la stessa determinazione degli uomini. Mi colpì profondamente anche la sua storia d’amore con Alexandros Panagulis, il libro Un uomo che le dedicò mi impressionò per la sincerità e la forza con cui raccontò quel legame.

Una copia del suo romanzo Tú no matarás è stata scelta per far parte della nuova Biblioteca di Alessandria. Cosa rappresenta questo riconoscimento che la colloca in una delle biblioteche più importanti al mondo?

Andai a presentare Tú no matarás ad Alessandria d’Egitto, perché una parte del romanzo è ambientata proprio lì, e l’Instituto Cervantes organizzò una visita alla nuova Biblioteca. Al termine dell’incontro mi chiesero se potessi lasciare loro una copia del libro. Ero tentata di rispondere: Vi lascio un esemplare… e se volete rimango anch’io!. Per qualsiasi scrittore avere un proprio libro nella grande Biblioteca di Alessandria è il sogno dei sogni. Per me è stato un onore e, senza dubbio, uno dei momenti più importanti della mia vita letteraria.

Il 3 febbraio 2026 è uscito in Italia Il bambino che perse la guerra, un romanzo in cui la cultura ha un ruolo molto significativo. In che modo arte, poesia e musica aiutano i personaggi a vivere la guerra e a superare le loro perdite?

Anni fa lessi la testimonianza di alcune donne che erano passate per i Gulag: molte di loro erano prigioniere politiche e intellettuali, e riuscirono a non perdere la propria umanità ricordando poesie e romanzi letti in passato. Se c’è qualcosa che spaventa davvero i dittatori è la libertà di creazione, la cultura e gli effetti che può avere sull’animo di un cittadino un libro, una poesia, una canzone, un quadro o qualsiasi forma artistica.

Nel romanzo Il bambino che perse la guerra il protagonista è un bambino che ha due madri, una biologica e una adottiva, entrambe donne di cultura che osano sfidare Franco e Stalin. Una è vignettista, l’altra è musicista e poeta, e affrontano i rigori di due regimi brutali e totalitari perché per loro la cultura è tutto: permette di resistere, di non perdersi e di continuare a vivere in mezzo agli orrori della dittatura.


Intervista  rilasciata per il portale dell’Ambasciata di Spagna in Italia, a cura di Francesco Maria Menghi 


 

Condividi:

Post correlati

Intervista a Lorenzo Zonin, dai vini ai libri per bambini

Intervista a Lorenzo Zonin, dai vini ai libri per bambini


Intervista a Lorenzo Zonin, dai vini ai libri per bambini

Storie per bambini felici Racconti Brevi per Crescere Liberi e Forti di Lorenzo Zonin (Amazon, 2025) Trentotto brevi storie per allenare un cuore leggero e curioso. Intervista all'autore di Storie per bambini felici, dedicato ai bambini di oggi, di ieri...e di domani Lorenzo...

Interviste: Graphic novel ‘François – Le Pape venu du Sud’

Interviste: Graphic novel 'François – Le Pape venu du Sud'


Interviste: Graphic novel 'François – Le Pape venu du Sud'

François – Le Pape venu du Sud sceneggiature di Simona Mogavino illustrazioni di Pasquale Del Vecchio e Giampiero Rosario Casertano (2025, Glénat) Da poco tempo in Francia è uscita la graphic novel: François – Le Pape venu du Sud. Con piacere abbiamo intervistato l'illustratore...

‘Sull’orlo dell’abisso’: intervista a Simone Lazzerini

'Sull’orlo dell’abisso': intervista a Simone Lazzerini


'Sull’orlo dell’abisso': intervista a Simone Lazzerini

Sull’orlo dell’abisso di Simone Lazzerini (2025, Giovane Holden Edizioni) Chi è Simone Lazzerini È nato nel 1993 a Orbetello, dove vive tuttora. Dopo aver conseguito il diploma in ragioneria nel 2012, ha iniziato a lavorare nel settore turistico, occupandosi della gestione...

Lascia un commento