‘Storie minime’ di Raffaele Galardi
Storie minime
di Raffaele Galardi(Scritturapura Casa Editrice)
Di cosa parla il libro
Storie minime è un mosaico di immagini rubate agli angoli di strada, sui tram affollati, nei bar di periferia, nei silenzi delle case, tra la periferia di Torino, il Cilento e Parigi. Una sequenza di volti, gesti, dialoghi di vita quotidiana, annotati con precisione chirurgica e trasformati in racconti essenziali, asciutti, intensi.
Cosa ne penso
- L’arte di scrutare l’invisibile. Le vite minime di Raffaele Galardi
Storie minime di Raffaele Galardi, è una raccolta di trentuno racconti ambientati tra Torino, il Sud Italia e Parigi. Sono questi i luoghi entro i quali il narratore si muove e dà vita alle sue storie. Si tratta di racconti fruibili singolarmente ma, forse, ancora di più nel loro insieme. C’è, infatti, una grande cornice narrativa che li racchiude e li tiene uniti: la figura del narratore.
Un camminatore di professione e un cuoco per passione. Molti storceranno il naso di fronte a questa inversione, eppure, terminata la lettura, la sensazione è che la vita, tanto sua quanto quella dei personaggi a cui la voce narrante dà forma e consistenza, sia tutta nei passi che Galardi ha nelle gambe. Il camminare, per lui, non è soltanto un’abitudine, ma una chiave per comprendere da dove nascano la sua scrittura e la sua visione del mondo.
L’autore cammina e osserva ciò che lo circonda, eppure il suo sguardo ha qualcosa di particolare, i suoi occhi non si soffermano su ciò che tutti vedono, ma su quanto rimane invisibile ai più. Hanno la capacità di cogliere ciò che passa inosservato, ciò che ha corpo e consistenza e che, tuttavia, raramente riceve attenzione. Gli oppressi, i dimenticati, coloro che la storia e la realtà hanno non soltanto cancellato dalla narrazione ufficiale, ma persino sottratto allo sguardo delle persone.
È a queste vite soffocate e schiacciate, relegate ai margini della storia e dello sguardo collettivo, che Galardi dà voce. Vite che non chiedono necessariamente di essere riscattate, ma prima di tutto di essere viste, riconosciute e raccontate. Ed è proprio qui che il camminare si trasforma in scrittura, nel gesto di fermare lo sguardo là dove gli altri passano oltre.
I trentuno racconti che compongono il libro sono, allora, le storie non soltanto di una giornata, come quella raccontata da Italo Calvino, ma di cinquantatré anni di uno scrutatore. Anni trascorsi a osservare il mondo, le sue contraddizioni e, soprattutto, le esistenze di coloro che lo abitano senza trovarvi posto.
Il riferimento a La giornata d’uno scrutatore non è casuale. Come Amerigo Ormea, anche Raffaele Galardi si trova a fare i conti con un’umanità che sfugge alle rappresentazioni convenzionali, con vite che sembrano esistere ai margini della storia, lontane dagli occhi di chi non vuole o non sa guardare. Amerigo entra al Cottolengo portando con sé le proprie convinzioni, le proprie categorie politiche e morali, ma l’incontro con la sofferenza, la fragilità e la diversità lo costringe a interrogarsi sui limiti del proprio sguardo. La realtà che ha davanti si ostina a non lasciarsi ricondurre alle idee con cui aveva imparato a interpretare il mondo.
Qualcosa di simile accade allo scrutatore di Galardi. Anche il suo è uno sguardo che si posa là dove gli altri distolgono gli occhi, che si sofferma su esistenze schiacciate, dimenticate, talvolta cancellate persino dalla percezione collettiva. Ma se per Amerigo questa esperienza si consuma nell’arco di una giornata, per Galardi si dilata fino a occupare cinquantatré anni di vita. Il Cottolengo di Amerigo ha confini precisi, quello di Galardi non ha mura: si estende lungo le strade di Torino, attraversa il Sud Italia e arriva fino a Parigi. È il mondo stesso, con le sue ingiustizie e le sue contraddizioni, a diventare il luogo dello scrutinio.
C’è, tuttavia, qualcosa che accomuna profondamente i due sguardi: la scoperta che osservare non significa necessariamente comprendere. E che, per avvicinarsi davvero all’altro, occorre mettere in discussione le proprie certezze. Ma è proprio qui che le loro esperienze, dopo essersi incontrate, prendono direzioni differenti.
Amerigo è soprattutto chiamato a rivedere il proprio modo di giudicare, ciò che vede al Cottolengo incrina le sue convinzioni, lo obbliga a misurarsi con l’insufficienza delle categorie attraverso le quali aveva fino ad allora interpretato la realtà.
Galardi, invece, sembra trasformare il proprio modo di guardare in una ragione per scrivere. Se per il primo lo sguardo diventa uno strumento per interrogare le proprie certezze, per il secondo si fa occasione di racconto, possibilità di dare voce a chi quella voce non l’ha mai avuta o se l’è vista sottrarre.
Galardi cammina, incontra, osserva e racconta. Non per spiegare definitivamente le vite degli altri, né per ricondurle a una verità rassicurante, ma per restituire loro quella presenza che troppo spesso viene negata. Il suo non è uno sguardo che pretende di giudicare o di salvare, ma uno sguardo che cerca di riconoscere. Ed è in questo riconoscimento che la scrittura trova la propria necessità. Qui i due scrutatori si incontrano davvero, nella consapevolezza che l’umanità non possa essere ridotta a un’idea astratta, ma debba essere cercata nei corpi, nei gesti, nelle fragilità e nelle storie delle singole persone. E se Calvino affida a una giornata il compito di incrinare le certezze del suo protagonista, Galardi sembra aver bisogno di una vita intera per continuare a interrogare il mondo.
Per Amerigo, scrutare significa imparare a guardare diversamente; per Galardi, significa anche assumersi la responsabilità di raccontare ciò che si è visto.
Così facendo, Galardi sembra confermare quanto sia ancora viva e vera l’intuizione tradizionalmente attribuita a Dostoevskij, secondo cui «siamo tutti usciti dal cappotto di Gogol‘». Perché è proprio da quel cappotto, dalla misera esistenza di Akakij Akakievič, dalla sua invisibilità agli occhi degli altri e dalla sua disperata ricerca di riconoscimento, che nasce una letteratura capace di volgere lo sguardo verso gli ultimi, gli esclusi, coloro ai quali la società nega persino il diritto di essere visti.
I personaggi di Galardi sembrano appartenere a questa stessa famiglia letteraria: uomini e donne le cui esistenze rischierebbero di scivolare via senza lasciare traccia, vite minime soltanto agli occhi di chi non sa riconoscerne la grandezza. Come Gogol’, Galardi comprende che non esistono esistenze troppo piccole per essere raccontate, ma soltanto sguardi incapaci di coglierne il significato. E come Calvino, sa che guardare davvero significa anche mettere in discussione il modo in cui siamo abituati a vedere.
Si delinea così un fil rouge che unisce Gogol’, Dostoevskij, Calvino e Galardi: la convinzione che la letteratura trovi una delle sue ragioni più profonde nel restituire visibilità a ciò che il mondo lascia nell’ombra. Ma se il cappotto di Gogol’ finisce per diventare il simbolo di un’esistenza umiliata e ignorata, i racconti di Galardi sembrano voler raccogliere, uno dopo l’altro, tutti quei cappotti abbandonati lungo le strade, riconoscendo in ciascuno una storia degna di essere ascoltata.
Angela Sanson, docente di italiano e latino.






