AFGHANISTAN – Viaggio nel cuore di un popolo straordinario

AFGHANISTAN – Viaggio nel cuore di un popolo straordinario


AFGHANISTAN – Viaggio nel cure di un popolo straordinario

di Giuseppe Caridi

(2020, Ed. Ultra)


Chi è Giuseppe Caridi

Nato nel 1973 a Galatina, in provincia di Lecce nel cuore del Salento, si è successivamente trasferito per ragioni di studio a Parma dove si è laureato in Giurisprudenza. La sua passione sono i viaggi. Ha iniziato molto giovane a girare per il mondo e non c’è un’area del pianeta che non abbia visitato: ben 150 Paesi negli ultimi 20 anni.

Ha collaborato con il Comitato internazionale di Croce rossa di Ginevra, in qualità di istruttore di Diritto internazionale umanitario e attualmente lavora come guida turistica free lance.

Finora ha raccontato le sue esperienze di viaggio soprattutto attraverso le foto, prima di decidersi di affidarle alla penna, attraverso articoli, racconti e libri. Nel 2018 ha pubblicato “Sette passaporti” (edito Diabasis). “Afghanistan. viaggio nel Cuore di un popolo straordinario” è uscito nel 2020 per Ultra, del gruppo Castelvecchi.

Di cosa parla il libro

Il libro è il resoconto di un lungo viaggio in Afghanistan fatto dall’autore 10 anni fa, molto prima del caos in cui il Paese è caduto quando gli americani se ne sono andati. Dunque ha acquistato nuovi e ulteriori significati, leggendolo oggi alla luce di ciò che è accaduto.

 

Ma Caridi non si limita a raccontare quello che per lui è il viaggio della vita. In mezzo alle sue impressioni e alle fedeli descrizioni di quello che vede, delle persone che incontra e dei pericoli che corre, racconta infatti anche la storia di questa terra martoriata da guerre senza fine, da conflitti interni che sicuramente mai saranno del tutto sedati. Racconta di un popolo fiero e coraggioso, allo stesso tempo accogliente e ospitale, lontano dagli stereotipi con cui viene inquadrato.

 

Pagina dopo pagina, sulle orme di Giuseppe Caridi, il lettore attraversa l’Afghanistan, dagli altopiani alle montagne, lungo la strada che collega Kabul a Herat,e legge di tesori meravigliosi e siti archeologici di vibrante bellezza. Si imbatte in paesaggi struggenti, viste mozzafiato, genti schive e orgogliose, ma pronte ad accogliere lo straniero. Il tutto corredato da foto, poche perché in molti dei luoghi che l’autore visita la macchina fotografica non è permessa. Ma del resto, per quanto belle, le foto non aggiungono poi molto alle parole con le quali Caridi è riuscito a raccontare l’aspra bellezza di questa straordinaria regione del mondo.

Che cosa ne pensa Lina Senserini (*)

Io sono nato per viaggiare”. È una frase che ricorre spesso nel libro di Caridi.E quando cominci a farlo – scrive riflettendo sulla sua sete di vedere altri mondi – non ti fermi più, perché è come cercar di contare le stelle del firmamento o i granelli di sabbia: c’è sempre qualcosa di là dall’orizzonte”.

Dunque, se per l’autore il viaggio è una passione ai limiti dell’incontrollabile, quello in Afghanistan è il viaggio della vita. Voluto, desiderato, affrontato a dispetto di chi gli diceva “E che ci vai a fare in Afghanistan? Là si sparano”, a dispetto dello stupore negli occhi dei vari interlocutori, alla sua risposta “Per turismo”. Del resto in Afghanistan ci si va da soldati, o con una Ong internazionale, o con il corpo diplomatico, non certo per turismo. Lo sa bene Caridi che di professione organizza i viaggi per gli altri.

AFGHANISTAN panorama

Invece questa volta è il “suo” viaggio. Preparato minuziosamente, con perseveranza, testardaggine e prudenza. A partire dal “pellegrinaggio” in ambasciata per ottenere il visto e ritirarlo con mani tremanti, fino alla partenza e all’incredulità di avercela fatta quando il carrello dell’areo sfiora la pista polverosa dell’aeroporto.

 

Ed è in quel momento che Caridi si lascia alle spalle l’Occidente e si sente pronto – si capisce tra le righe – anche ad affrontare il peggio.

 

Non gli è chiaro esattamente cosa e quali pericoli troverà in questo “altro mondo” che all’inizio è Kabul.  Nemmeno quando partirà per la lunga e pericolosa traversata verso Herat insieme alla guida e suo ospite Mouquin, l’autista e la guardia del corpo armata di kalashnikov. Mouquin lo ha istruito bene. Gli ha fatto comprare abiti secondo il costume locale per “mimetizzarsi” (a questo Caridi si era preparato, facendosi anche crescere una fitta barba scura). Lo ha avvertito anche di non usare la macchina fotografica in maniera “disinvolta, non guardare le persone dritte negli occhi, non gesticolare troppo.

Tuttavia, anche se si avverte l’atmosfera di tensione e di pericolo, come nella discesa dai 3000 metri del passo Shahtu verso Herat, dove i talebani rappresentano una minaccia concreta, il sentimento che domina il libro è stupore e commozione. Stupore per tanta bellezza, commozione, ma anche rabbia davanti agli scempi. Ad esempio di fronte alla nicchia del primo Buddha, a Bamiyan, vuota dal 2001 quando i talebani distrussero le statue per pura violenza. Purtroppo, scrive Caridi nelle prime pagine del libro, “gli ultimi stranieri a vedere l’Afghanistan in pace furono gli hippy negli anni Settanta”.

Ancora commozione per la bellezza delle vallate dell’Hindukush, dei laghi di Band-e Amir, per la meraviglia del minareto di Jam puntato verso le stelle, ma anche per l’inaspettata visita alla Moschea del Venerdì e Herat, ma anche per la sosta a Balkh dove, tra storia e leggenda, si dice che Alessandro Magno avrebbe sposato Roxane.

Giuseppe Caridi racconta il “suoAfghanistan. Come lo ha visto, sentito e vissuto: con onestà, senza indulgere nella retorica del viaggio bello ma pericoloso, con lo stupore – la sensazione più ricorrente – di un puro appassionato che sa di avere corso dei rischi…. “però sono stato ripagato da quello che, forse, è stato il viaggio più bello”, conclude.


(*) Recensione a cura di Lina Senserini, docente e giornalista


 

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