‘Trenta cani e un bastardo’ di Alessandro Morbidelli

‘Trenta cani e un bastardo’ di Alessandro Morbidelli


Trenta cani e un bastardo

di Alessandro Morbidelli

(Edizioni Clandestine – Santelli editore, 2026)


Chi è Alessandro Morbidelli

Nato nel 1978 ad Ancona, è un libero professionista e docente accademico. Ha pubblicato i romanzi Ogni cosa al posto giusto (Robin Editore), Storia nera di un naso rosso (Todaro) e I figli dei chiodi (Vallecchi), con cui si è aggiudicato il Premio Rieti Giallo al Centro.

Dal 2020 è presidente di giuria del concorso letterario Città di Grottammare, per la sezione Racconto breve.

Di cosa parla il libro

Un ragazzo di vent’anni, cresciuto nella periferia milanese e immerso in un mondo fatto di droga, violenza e criminalità, è costretto a lasciare tutto. Si rifugia nelle Marche, lontano dalle strade che conosce, ma non dal peso delle scelte compiute. In un ambiente completamente diverso incontra Natalino, un uomo solitario che si prende cura di una piccola comunità di trenta cani, segnati dall’abbandono e dalla sofferenza.

 

È proprio attraverso il rapporto con loro che il protagonista comincia lentamente a confrontarsi con una parte di sé che aveva sempre cercato di ignorare. Prendersi cura di quei cani significa imparare la responsabilità, la pazienza e, soprattutto, la fiducia.

 

Ma il passato non è disposto a lasciarlo andare. La nuova vita conquistata con fatica viene continuamente minacciata da ciò che si è lasciato alle spalle, mentre il confine tra vittima e carnefice, colpa e possibilità di riscatto, diventa sempre più incerto.

 

Alessandro Morbidelli

Con le illustrazioni di Luca Morici, Trenta cani e un bastardo è una storia di fuga e di sopravvivenza, ma anche un racconto sulla solitudine, sulla violenza e sulla possibilità di cambiare direzione. Al centro, il rapporto fra un ragazzo che non sa più chi essere e i trenta cani che, senza giudicarlo, gli offrono una ragione per provare a diventare qualcun altro.

Che cosa ne penso

Trenta cani e un bastardo è un viaggio in una ferita aperta: quella della violenza, della marginalità, della periferia, che non lascia scampo a chi c’è già dentro fino al collo. Come il protagonista di questo romanzo breve, che trova nella fuga nella campagna marchigiana, l’occasione per mettere in discussione tutto ciò che fino a quel momento gli era sembrato inevitabile.

Morbidelli non costruisce però la consueta storia di redenzione. Il passato non si cancella semplicemente perché ci si allontana da una città. Le Marche non sono un paradiso alternativo alla periferia milanese, ma un altro luogo abitato da solitudini, fragilità e persone che, in modi diversi, cercano di sopravvivere.

Poi ci sono loro, i trenta cani. Qui il romanzo trova la sua intuizione più felice. I cani non sono semplicemente una presenza affettuosa capace di alleggerire una storia altrimenti molto dura, ma sono lo specchio nel quale il protagonista è costretto a guardarsi. Animali abbandonati, feriti, impauriti, diffidenti, che hanno conosciuto la violenza e che, nonostante tutto, conservano la possibilità di affidarsi nuovamente a qualcuno.

Il rapporto con loro diventa qualcosa di molto più profondo della semplice cura. Per la prima volta il protagonista deve occuparsi di esseri più vulnerabili di lui, deve imparare a riconoscere una paura diversa dalla propria e assumersi delle responsabilità.

 

La domanda allora è inevitabile: chi è il bastardo del titolo? La risposta scontata sarebbe il protagonista, ma più si va avanti con la lettura, più la definizione diventa ambigua. Il bastardo è colui che ha scelto la violenza? È chi è stato abbandonato e ha imparato a reagire con la violenza? O è una società che produce marginalità, solitudine e rabbia e poi si limita a giudicare chi ne porta le conseguenze? È una delle domande che il romanzo lascia aperte. Non ci sono santi da una parte e criminali dall’altra. Ci sono persone che sbagliano, persone che feriscono e persone che cercano, magari tardivamente, di fare qualcosa di diverso.

Nel racconto, acquistano una forza particolare i momenti dedicati ai cani. Nella durezza della storia, gli animali introducono una possibilità diversa, quella di essere necessari a qualcuno. Così il protagonista che, dopo essere stato abituato a considerare gli altri come avversari, si trova davanti a trenta creature che non gli chiedono da dove venga, cosa abbia fatto o quale sia il suo passato. Gli chiedono soltanto di esserci.

Trenta cani e un bastardo non concede ai suoi personaggi una facile assoluzione, ma rifiuta l’idea che una persona possa essere ridotta per sempre ai propri errori. E forse il punto è proprio questo: non sempre possiamo scegliere ciò che ci è accaduto, ma possiamo provare a scegliere cosa farne.

Una lettura consigliata a chi ama la narrativa contemporanea dai toni noir e le storie di marginalità.


Recensione a cura di  Lina Senserini, docente e giornalista professionista.


 

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