Andrea Frediani, divulgatore storico da un milione e mezzo di copie

Andrea Frediani, divulgatore storico da un milione e mezzo di copie


Chi è Andrea Frediani

Ha pubblicato il suo primo libro Gli assedi di Roma nel 1997 (Newton Compton) e l’anno dopo si è aggiudicato il primo di una lunga serie di riconoscimenti: il Premio Orient Express come miglior opera di Romanistica dell’anno.

 

Andrea Frediani è un scrittore da un milione e mezzo di copie, anzi un divulgatore storico, come lui stesso si definisce. Finalista al Premio Amalago 23-24, nello stesso ambito ha ricevuto il Premio delle scuole per Il nazista che visse due volte (Newton Compton, 2022).

 

61 anni, romano, laureato in Lettere con una tesi in Storia Medievale, dopo la laurea ha iniziato a collaborare per varie riviste specializzate con articoli e dossier, fino alla sua prima pubblicazione nel ’97. Da quel momento ha scritto una serie di saggi e di romanzi che lo hanno reso famoso anche fuori dall’Italia (i suoi libri sono tradotti in sette lingue e il romanzo Trecento guerrieri, la battaglia delle Termopili, uscito nel 2007 sempre con Newton Compton, ha raggiunto il 7° posto della classifica dei libri italiani di narrativa più venduti). Ha una voce a lui dedicata sull’enciclopedia Treccani online, ha collaborato con numerose testate nazionali come Il Giornale, Il Messaggero, Il Corriere della sera, che nel 2020 gli ha dedicato una collana personale, pubblicando in allegato al quotidiano 20 dei suoi libri.

 

Nei suoi saggi e romanzi, spazia dall’antica Grecia al Fascismo, ha vinto moltissimi premi, nel 2022 è stato candidato allo Strega con il romanzo I lupi di Roma, ha collaborato in tv con Unomattina, Fahrenheit, Agorà, Sottovoce, Non è un paese per giovani, Linea Notte, TG1 Libri, Mizar, TG2 Weekend, Le Storie di Corrado Augias, SkySport24 e La Lettura.

 

Spesso ospite in trasmissioni televisive e radiofoniche, tiene corsi di scrittura e divulgazione storica all’università di Macerata. L’altra grande passione di Andrea Frediani è la musica. Batterista dall’età di quindici anni, ha fatto e fa tuttora parte di numerosi gruppi, rock e jazz, con cui spesso accompagna le proprie presentazioni.


Dove nasce questa grande passione per la storia che le ha permesso di scrivere decine di saggi e romanzi, di vendere oltre un milione e mezzo di copie?

«Indubbiamente da mio padre, militare, che mi ha cresciuto immerso nella storia e che mi ha dato l’imprinting. Appartengo inoltre alla generazione che giocava con i soldatini, immaginavo le battaglie e le loro vite, poi all’università sono passato ai diorami, ne ho costruiti tanti sulla storia medievale. Ma la passione che ho trasformato in un percorso di studi e in un lavoro è nata quando, a 8 anni, ho letto Storia di Roma di Indro Montanelli».

In molte sue note biografiche, viene definito non storico, non scrittore tout court, ma divulgatore storico. Perché questa definizione?

«Mi ritengo uno storico nei molti saggi che ho pubblicato, negli articoli, negli studi per riviste specializzate. Quello è un aspetto della scrittura che richiede il rigore dello studioso. Nel momento in cui ho scritto il mio primo romanzo, Trecento guerrieri. La battaglia delle Termopili, mi si è aperto un mondo, anche per il successo che ha avuto. È molto diverso trattare la storia in un saggio basato sulle fonti e la ricerca o farla raccontare dai personaggio di un romanzo. Nel primo caso è cronaca, benché trattata in base alle tesi e alle teorie dell’autore».

È quindi l’invenzione dell’autore che fa la differenza?

«Per spiegarmi meglio, il saggio offre al lettori i dati, i fatti, gli spunti di riflessione, suscita l’interesse scientifico. Il romanzo suscita emozioni e quelle appartengono agli uomini di ogni tempo e di ogni parte del mondo, cambia solo il contesto. Il lettore si immedesima nei personaggi, è così per ogni ogni romanzo a qualunque genere appartenga. In quelli storici, le vicende sono ambientate in un tempo passato e devono rispettare l’accaduto, pur lasciando all’autore la libertà dell’invenzione e della fantasia, fin dove gli è possibile. Si narra sempre il vero o il verosimile. Due concetti che tornano sempre quando si parla di romanzo storico. Poi ci sono diverse scuole di pensiero, la mia è quella di far parlare i personaggi, soprattutto quelli minori, sconosciuti, raccontarli con le loro emozioni, le loro scelte individuali, creare il pathos, indurre la partecipazione del lettore».

Si può dire che la storia sia la cornice, ma il genere si contamina con altri generi letterari?

«Quando si scrive un romanzo storico, non è vietato introdurre un altro genere, anzi. Per fare un esempio, Il nazista che ha vinto due volte premiato a Stresa è una spy story ambientata tra il 1943 e gli anni ’70, scritta con i canoni mainstream»

Che cosa significa?

«Bisogna prendere atto che è cambiato il modo di leggere. Chi non è un appassionato tende ad abbandonare romanzo storico troppo descrittivo, come erano le opere di Colleen McCullough, che ho letto e da cui ho imparato molto, ma che andavano bene per l’epoca in cui sono uscite. Oggi il romanzo storico deve essere veloce, richiede l’azione, la suspense. Questo non significa che deve intrattenere, anzi deve denunciare, indignare e far riflettere, deve saper mostrare in cosa il genere umano è migliorato, cosa si è perso nel corso della storia e in cosa è peggiorato. È quello che ho cercato di fare in tutti i miei romanzi, portando all’attenzione del grande pubblico fatti, personaggi in molti casi eroi sconosciuti, nei quali ci si imbatte studiando le fonti. Ma per far questo bisogna catturare il lettore».

Le fonti appunto. Come si conciliano le esigenze della trama con i fatti documentati?

«Io mi sono dato due regole: la prima è mettere i paletti rappresentati dai fatti accaduti negli anni che scelgo di raccontare e su cui mi sono documentato. Scelgo e annoto i momenti di cui voglio mettere in evidenza alcuni aspetti e quelli rappresentano i punti fermi. Se per necessità della storia ho bisogno di collocare un dato personaggio noto in un dato posto, ma una fonte mi dice che in quel momento era altrove, non posso fare una forzatura. La storia è quella e tale deve rimanere, anche quando si lavora su fonti inedite e si scoprono personaggi sconosciuti. Quando decido di approfondire un fatto o un personaggio, parto sempre dalla ricerca, ma in mezzo agli eventi c’è la fantasia e l’invenzione dell’autore, che nel mio caso si concentra sul carattere e la psicologia dei personaggi. Poi c’è la seconda regola: scrivere almeno 5 pagine al giorno, ma questa non c’entra con la domanda».

Poco fa ha usato la parola mainstream. Come si applica al romanzo storico?

«Posso parlare dei miei romanzi, in cui fin dal mio esordio nel 2007, per decisione consapevole, mi sono affidato alla narrazione in soggettiva. Nei miei primi libri, privilegiavo gli aspetti descrittivi del contesto, che è lo stile dei romanzi storici fino al secolo scorso. Poi è cambiato tutto, direi negli ultimi 20 anni dopo il film Il Gladiatore. In quel momento, i romanzieri si sono resi conto che per essere letti dovevano scrivere in modo più cinematografico.

 

Mi spiego meglio: noi, parlo della mia generazione, siamo abituati a ragionare con il sistema deduttivo. Oggi, invece, si ragiona per sistemi associativi, in cui una storia si associa a una sequenza di immagini. Dunque un libro deve saper raccontare per scene. È il linguaggio cinematografico di cui parlavo prima. La civiltà visiva ci ha un po’ impigrito mentalmente, e di conseguenza, almeno il linguaggio deve essere più ritmico. Oggi l’utente medio che vuole conoscere la vita di Giulio Cesare va su internet e se va bene la legge in sintesi, sennò la guarda in cinque minuti su youtube. E purtroppo senza preoccuparsi se quello che legge o vede sia vero».

La scelta di raccontare in soggettiva risponde a questa necessità narrativa?

«A mio parere le lunghe descrizioni stancano. Nel linguaggio cinematografico si seguono i personaggi nelle loro azioni, ma dal loro punto di vista. Non sappiamo quello che accade allo loro spalle, ma lo vediamo prima o dopo con gli occhi di un altro personaggio. I miei romanzi sono tutti in soggettiva, non esiste la voce narrante, voglio che il lettore si immedesimi di volta in volta nei personaggi e si senta parte delle loro vicende. Ovviamente ci sono romanzi corali che hanno bisogno di un adattamento, di una parte descrittiva che permetta a chi legge di calarsi nel contesto, ma senza soffocare la vicenda e mettere in secondo piano la psicologia dei protagonisti. Le loro caratteristiche devono emergere dalle azioni non dalla descrizione del narratore esterno».

È così che il romanzo storico può assumere le caratteristiche di altri generi?

«Io posso dire qual è stato il mio percorso. Mi rifaccio molto allo stile di Michael Crichton, Ken Follet, Stephen King, ma soprattutto, negli ultimi anni osservo le fiction. Ho via via aumentato il ritmo, ho snellito le descrizioni, prediligendo la storia e la psicologia dei personaggi, ho reso lo stile più scattante, ho imparato a creare suspense, semplicemente fermando un capitolo sul più bello, come avviene nelle puntate delle fiction. Il lettore deve rimanere con il fiato sospeso fino al capitolo successivo. Il mio ultimo romanzo, Delitto al Palatino che uscirà il prossimo 26 giugno per Newton Compton, è un thriller ambientato nel IV secolo d.C. Racconta un’indagine che si svolge in 48 ore nella Roma di Costanzo II, figlio di Costantino il Grande».

La sua scelta stilistica, a giudicare dalla copie vendute, raccoglie il gradimento del pubblico…

«Sono consapevole di essere il prodotto dei libri che ho letto, quindi mi sento responsabile di ciò che leggeranno i miei lettori. Quando qualcuno mi scrive che ha fatto delle scelte di vita in base ai miei libri, come appassionarsi alla storia tanto da sceglierla all’università, o diventare scrittore a sua volta, oppure, magari adottare una decisione sulla scorta dell’esempio di uno dei miei personaggi… Be’, allora so di aver seminato bene e mi sento incoraggiato a proseguire più ancora di quanto mi stimolino a fare i numeri di vendita».


Intervista a cura di Lina Senserini, docente e giornalista. Fotografie di Mafredo Pinzauti.


 

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