‘Farfalle in viaggio’ di Pio Federico Roversi

‘Farfalle in viaggio’ di Pio Federico Roversi


Farfalle in viaggio

di Pio Federico Roversi

(2026, Polistampa)


Chi è Pio Federico Roversi

Pio Federico Roversi è un Entomologo, cresciuto tra le rocce e i boschi del Gargano. La vita gli ha regalato molti anni fa il grande privilegio di lavorare per passione studiando le farfalle e il mondo che ruota intorno a questi Insetti, dandogli la possibilità di rimanere una persona curiosa, animata dalla voglia di osservare e capire la natura.

Sua madre era una contadina del sud che amava ogni tipo di fiore e non aveva mai visto un banco di scuola e suo padre un fotografo dell’Aviazione Militare nato a Treviso che aveva attraversato la Seconda guerra mondiale e i suoi orrori.

E’ cresciuto tra persone che impastavano ancora a mano il pane e riuscivano a fermare i momenti nelle fotografie, mettendo insieme i gesti ripetuti da millenni con lo stupore delle cose nuove.

Il paese dov’è nato, San Giovanni Rotondo, era un luogo magico negli anni dell’infanzia. In un chilometro di strada che conduceva ad un vecchio Convento Francescano abitavano persone di ogni ceto sociale. Un Lord inglese, un farmacista ungherese, una nobildonna americana, muratori italiani, che provenivano dagli angoli più disparati d’Europa e del mondo, accomunati da un sogno.

Per questo forse l’energia per sognare non gli è mai mancata e anzi gli è rimasta a fianco, sempre, anche quando per molti anni ha dovuto fare altro per difendere quelli a cui stava insegnando.

Di cosa parla il libro

Farfalle in viaggio contiene componimenti e immagini degli ultimi dieci anni, qualche foto ricordo e due scatti di aerei ripresi nel 1941. E’ stato scritto per lo più nelle stazioni ferroviarie o  durante i viaggi in treno che l’autore, per motivi di lavoro, ha sempre fatto spesso.

 

Nato dal bisogno di rallentare il respiro e i pensieri dopo giornate frenetiche, è esso stesso un viaggio. Soprattutto è il desiderio di riflettere sulle persone, le piante, le cose e i sentimenti a cui l’Autore affida la possibilità di attraversare i giorni senza quella convulsa velocità che quest’epoca richiede.

Cosa ne penso

Pio Federico Roversi

Ho letto con particolare interesse e apprezzato, e per tanti motivi, i componimenti contenuti in questo libro.

Una volta non è stata sufficiente, perché nonostante la piacevolezza, non corrono veloci. Hanno bisogno di tempo per aprire in noi pertugi in cui si seminano. Per questo li ho letti più volte e dato loro l’intervallo giusto per germogliare come fanno i semi a primavera.

Non c’è alcun esercizio di stile o accostamento forzato di vocaboli. La prosa non prende mai il sopravvento e il linguaggio rimane evocativo, non è mai puramente descrittivo o legato alla logica comunicativa del quotidiano. La poesia mantiene intatta la sua forza emotiva e non perde mai la sua magia originale e la capacità di stupire con la semplicità.

Lo stile è pulito, diretto, chiaro, privo di abbellimenti artificiosi, retorica ed elementi superflui.

Pietre

 

Ho affidato le mie armate migliori alle pietre perchè avevo

bisogno di cose forti e all’apparenza immutabili.

Nonostante sia sempre presente l’io lirico, attraverso il quale Pio Federico Roversi riesce a trasmettere tutto sé stesso, la propria vita, la sua visione del mondo e delle cose, non scade mai in un diario personale. Rimane un filtro attraverso cui l’autore veicola un messaggio universale.

Aquile

 

Ho saltato fossi e sono caduto sui fili d’erba,

lanciandomi in aria su infinitesime distanze ho assaporato l’ebbrezza dell’aquila,

con il mio volo di durata ridicola sono diventato uccello con

grandi ali mosse da un piccolo cuore palpitante.

Una poesia gentile e accessibile a tutti, in grado di connettersi emotivamente con il grande pubblico.

Una poesia che abbatte la barriera che spesso fa la fa percepire come arte elitaria e lontana, restituendole una dimensione di intrattenimento e condivisione popolare.

Una poesia che ricorda Victo Hugo nel cogliere la complessa essenza della malinconia. “La gioia di essere tristi” la definiva in modo ossimorico il grande poesta e drammaturgo francesce.

Una poesia che riesce ad intrecciare tormenti interiori, inquietudini del cuore, fantasie e speranza.

Una poesia che lascia in chi legge una malinconia serena e naturale, una delicatezza esistenziale. 


Recensione a cura di Dianora Tinti, scrittrice e giornalista


 

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