Intervista esclusiva alla scrittrice Dolores Redondo
Dolores Redondo è l’autrice della Trilogía del Baztán, uno dei fenomeni letterari in lingua spagnola più importanti degli ultimi anni. Le sue opere, di cui solo in Spagna sono state vendute oltre cinque milioni di copie, sono state tradotte in 39 lingue.
Ha iniziato a scrivere da bambina, tenendo diari e pubblicando il suo primo libro a soli quattordici anni. Quando è nata la sua passione per la scrittura e come si è trasformata nel corso del tempo?
La mia passione per la scrittura è, in realtà, l’evoluzione naturale di una fascinazione ancora più antica: quella per le storie raccontate. Il mio rapporto con la parola nasce nell’infanzia, attraverso la tradizione orale, ascoltando narrazioni che hanno risvegliato in me una curiosità atavica e un desiderio vorace di imparare a leggere.
Per anni la lettura è stata il mio rifugio e la mia più grande maestra: trascorrevo ore ad abitare altri mondi, finché l’impulso di ricevere storie ha iniziato a traboccare, trasformandosi nel bisogno di crearle. Da quei primi diari e dal mio primo libro, scritto a quattordici anni, la mia scrittura è maturata passando da un gioco di scoperta a un impegno profondo con la memoria, con la verità emotiva e con il mestiere stesso dello scrivere.
Eppure, nonostante il tempo e l’esperienza, conservo ancora quella scintilla originaria: lo stupore della bambina che ascoltava in silenzio, convinta che attraverso la finzione si potesse arrivare a una forma più autentica di verità.
È considerata la fondatrice del «mystic noir», un genere che fonde il giallo con elementi mistici. Da dove deriva il suo interesse per il soprannaturale e la mitologia, e come ha deciso di integrarli nella sua narrativa?
Più che una scelta estetica, l’integrazione della mitologia nella mia narrativa è un’eredità culturale. Il mio interesse per il soprannaturale nasce dalla terra in cui sono cresciuta: una società dalle radici profondamente matriarcali, dove la trasmissione orale era il filo invisibile che univa le generazioni. Sono cresciuta ascoltando racconti che, lungi dall’essere semplici fantasie, costituivano l’architettura con cui i miei antenati cercavano di spiegare l’inspiegabile, di dare forma al dolore e di convivere con l’incertezza.
Approfondendo quei miti, ho scoperto che la mitologia è, in fondo, la risposta più antica dell’essere umano alla paura: un modo per illuminare le zone d’ombra della vita quotidiana e per trovare un senso anche dove sembra non essercene. Ho deciso di integrarla nel genere noir perché il crimine rappresenta l’oscurità contemporanea, e nulla getta luce sull’oscurità quanto i miti che ci accompagnano da sempre. Il «mystic noir» è proprio questo: l’incontro tra l’indagine razionale e quella verità emotiva e collettiva che sopravvive nelle nostre leggende.
Il forte legame delle sue opere con le tradizioni locali e con ambienti piccoli e chiusi della Navarra ha rappresentato, almeno agli inizi, un limite o piuttosto una risorsa narrativa?
In letteratura, l’ambizione non si misura dall’estensione della mappa, ma dalla profondità dell’anima umana. Per molto tempo è sembrato esistere una sorta di norma non scritta secondo cui il romanzo nero dovesse essere necessariamente urbano per essere considerato rilevante. Ma quella convenzione, per me, era una distanza dalla mia verità.
Scegliendo di raccontare dal mio luogo nel mondo, ho scoperto che gli ambienti piccoli e chiusi non sono confini, bensì specchi. Più ti immergi nelle radici di una comunità ristretta, più ti avvicini a ciò che è universale.
Le paure primordiali, i conflitti morali, l’invidia, il dolore, la colpa o la sete di giustizia pulsano con la stessa intensità in una valle della Navarra come in una grande metropoli. Raccontare un territorio che mi è intimo non è stato un limite, ma una risorsa straordinaria: mi ha permesso di offrire al lettore una geografia dotata di un’anima, un luogo in cui riconoscere le proprie ombre. Alla fine, il mondo è molto più simile di quanto crediamo.
Tra il 2013 e il 2016 ha pubblicato la Trilogía del Baztán, ha vinto il Premio Planeta con Tutto questo ti darò e ha raggiunto un successo internazionale. In che modo tutto ciò ha cambiato la sua vita e il suo modo di lavorare?
È innegabile che la mia vita professionale sia cambiata in modo radicale, ma mi piace pensare che fossi pronta, perché era un cammino che desideravo percorrere da sempre. Il successo mi ha portato una dedizione assoluta al mio mestiere, viaggi in tutto il mondo e l’opportunità di incontrare persone straordinarie, stringendo amicizie in luoghi dove non avrei mai immaginato che la mia voce potesse arrivare. Tuttavia, ho avuto una cura quasi sacra nel mantenere ciò che nella mia vita era già giusto così com’era e nel fare in modo che questo non cambiasse.
Ho sempre creduto che il successo professionale sia solo una delle molte facce dell’esistenza, e che io avessi già successo molto prima che i premi e le classifiche di vendita facessero il mio nome. Il mio successo era già lì: una famiglia che adoro, un matrimonio fondato sull’amore e sul rispetto, figli che sono il mio orgoglio e un luogo nel mondo al quale mi sento profondamente legata.
Ho cercato di mantenere intatte queste radici perché sono la mia zuppa primigenia, l’origine della mia creatività e il rifugio dei miei valori. Certo, il tempo è passato, la famiglia è cresciuta e alcune persone care non ci sono più, ma conservo gli stessi affetti e la stessa base che avevo prima della Trilogía del Baztán. Il valore più grande che possiedo oggi non è il riconoscimento internazionale, ma la lealtà verso quel nucleo personale che ha scelto di non cambiare mentre tutto il resto iniziava a correre.
Amaia Salazar, unica ispettrice donna in un corpo prevalentemente maschile, è la protagonista della Trilogía del Baztán. Si è ispirata a qualcuno per creare un personaggio così iconico? E come descriverebbe la sua evoluzione lungo la trilogia?
Amaia Salazar, e in generale tutte le donne che abitano i miei romanzi, sono un omaggio vivente alle donne che hanno segnato la mia esistenza: le mie sorelle, le mie cugine, le vicine di casa, le amiche di famiglia che hanno formato la mia rete di sicurezza. Sono il riflesso diretto del matriarcato in cui sono nata e cresciuta, una genealogia di donne che mi ha insegnato il valore della tenacia e della responsabilità. Quando ho iniziato a scrivere la Trilogía del Baztán, la figura di un’ispettrice capo del dipartimento omicidi era ancora un’invenzione letteraria in quel contesto e quella realtà non esisteva. Eppure la finzione ha quella capacità quasi profetica di anticipare la vita: anni dopo ho avuto l’onore di conoscere la prima donna a ricoprire quel ruolo e molte altre che hanno seguito il cammino aperto da lei.
L’evoluzione di Amaia corre parallela all’evoluzione del ruolo della donna nella nostra società, che conquista spazi che un tempo ci erano preclusi. Ho cercato per lei un equilibrio costante tra crescita e realismo. Le donne del mio mondo non sono perfette: sbagliano, dubitano e portano cicatrici profonde, ma possiedono una qualità irrinunciabile che le definisce, un’etica della responsabilità incrollabile. Sono donne che, qualunque cosa accada, finiscono sempre per fare ciò che va fatto.
Mario Puzo, figlio di immigrati italiani a New York, è l’autore di due dei tuoi libri preferiti, Il Padrino e La mamma. In che modo la sua visione della famiglia e del matriarcato ha influenzato la sua scrittura, temi centrali anche nella Trilogía del Baztán?
Come ho già raccontato, sono stata una lettrice vorace e forse qualcosa di tutto questo era inevitabile. Lessi Il padrino per la prima volta a dieci anni, un’età in cui molti penserebbero che non sia una lettura adatta a una bambina. Eppure, il mio sguardo non si soffermò sulla violenza esterna della trama, ma su qualcosa di molto più profondo e tragico: il rituale del lutto e la resistenza della madre. Mi colpì enormemente quella figura materna che, nel cuore della tragedia, deve seppellire i propri figli e continuare a sostenere il mondo.
Nella prosa di Mario Puzo trovai uno specchio della mia stessa realtà. Sono cresciuta in una zona legata al mare e alla pesca, dove la perdita dei giovani uomini era una costante e il lutto rappresentava un paesaggio quotidiano per le donne. Io stessa avevo attraversato il cammino del dolore in età molto precoce, e vedere quel dolore riflesso in una famiglia di radici italiane mi fece comprendere che il sentimento della perdita è universale. Con gli anni, le mie letture di Puzo hanno rivelato nuovi strati politici e sociali, ma quell’impatto iniziale è rimasto intatto. La sua visione del matriarcato come colonna vertebrale della sopravvivenza fu per me una rivelazione.
Nel 2018, con Tutto questo ti darò, ha vinto il 66° Premio Bancarella, già assegnato a scrittori come Oriana Fallaci, Andrea Camilleri e Umberto Eco. Che significato ha avuto per lei questo riconoscimento, che l’ha consacrata come una delle autrici più apprezzate anche in Italia?
Vincere il Premio Bancarella non è stato soltanto un traguardo professionale, è stato senza dubbio uno dei momenti più luminosi e speciali della mia vita. È un riconoscimento che custodisco con un orgoglio quasi sacro. Anzi, ho una piccola nota personale: se in qualche presentazione o biografia qualcuno dimentica di menzionarlo, alzo sempre la mano per ricordarlo.
Per me il Bancarella è il premio del cuore e ciò che lo rende davvero straordinario è la sua radice, il fatto che siano i librai indipendenti a scegliere l’opera. Che quei custodi della cultura, persone che dedicano la loro vita a sussurrare consigli all’orecchio dei lettori, abbiano deciso di amare il mio romanzo è stato per me un abbraccio immenso e collettivo. L’abbraccio di centinaia di librai in angoli d’Italia dove non sono mai stata, di persone che non mi conoscevano e che forse non incontrerò mai, ma che mi hanno aperto le porte delle loro case e delle loro librerie.
Quel riconoscimento mi ha donato una sorta di cittadinanza emotiva in Italia che porterò sempre con me. Per una scrittrice, non esiste onore più grande che essere adottata da chi conosce meglio di chiunque altro l’anima dei libri.
In Esperando al diluvio affronti temi complessi come prostituzione, violenza, crimine e resilienza. In che modo i traumi plasmano l’evoluzione dei personaggi e quale ruolo giocano le condizioni di emarginazione sociale nello sviluppo dei conflitti narrativi?
Ritengo che la denuncia sociale sia un organo vitale e intrinseco del genere noir. Il romanzo nero non è soltanto un’architettura del mistero, ma una radiografia costante del tessuto sociale che ci circonda, un modo per portare alla luce dolori e ingiustizie che spesso vengono taciuti pur essendo profondamente radicati nella condizione umana. In questo senso, i traumi non sono semplici motori narrativi; sono gli architetti che modellano la psiche dei miei personaggi, determinando il modo in cui ciascuno di loro si relaziona con il mondo e con la giustizia.
Allo stesso modo, le condizioni di emarginazione sociale non rappresentano un semplice sfondo, ma il terreno fertile in cui germogliano i conflitti più profondi. Evitare questi temi equivarrebbe a rinunciare all’onestà letteraria. La narrativa contemporanea deve agire come un sensore umano, capace di captare le frequenze della disuguaglianza e della sofferenza. Credo fermamente che l’evoluzione del romanzo nero verso un impegno sociale sempre più esplicito sia ciò che gli conferisce il suo prestigio attuale. Oggi, più che mai, il noir è uno strumento privilegiato per comprendere le ombre del nostro tempo.
La cucina è una costante nelle sue opere: ne Il guardiano invisibile l’assassino lascia un txantxigorri, mentre in Las que no duermen uno dei protagonisti ricrea le ricette della zona. Da dove nasce questa sua passione per la cucina e perché ha scelto di farla entrare così profondamente nelle sue storie?
Come donna nata e cresciuta in un matriarcato della costa dedita alla pesca, la mia infanzia si è svolta attorno ai fornelli. La mia memoria è intrecciata con l’aroma del caffè appena fatto, il suono delle conversazioni delle comari in cucina e il rito del pane impastato a mano. Se mi sono sentita così identificata con l’opera di Mario Puzo, è perché le case della mia infanzia somigliavano sorprendentemente alle sue: la cucina era l’epicentro assoluto dell’esistenza. Leggendo il noir, soprattutto quello di tradizione nordica, mi resi conto di una distanza emotiva molto marcata nel loro rapporto con il cibo.
Per noi mediterranei, mangiare non è un semplice atto fisiologico, è un gesto d’amore, di negoziazione, di riconciliazione. Attorno a una tavola si decide il futuro della famiglia, si risolvono conflitti, si stringono patti. Il focolare acceso è il cuore che pompa vita alla casa. Come donostiarra e come custode della mia cultura, non potevo omettere questa dimensione nei miei romanzi. Ho una formazione nel mondo della cucina e sono convinta che esista un’intelligenza profonda e ancestrale nel saper nutrire e prendersi cura degli altri attraverso la tavola. La cucina è sopravvivenza, è evoluzione, ed è soprattutto il linguaggio con cui trasmettiamo la nostra identità. Nei miei libri, un piatto non è mai solo cibo: è un’impronta di umanità nel mezzo dell’oscurità del crimine.
È tra i firmatari del manifesto che denuncia l’uso non autorizzato delle opere da parte dell’IA generativa. In che modo ritiene che questa tecnologia stia compromettendo la professione dello scrittore e il valore stesso della creazione letteraria?
Come firmataria di questo manifesto, la mia posizione non nasce da una forma di tecnofobia, ma da una difesa etica della proprietà intellettuale. Riconosco che l’intelligenza artificiale è una tecnologia straordinaria, capace di generare progressi significativi per l’umanità, ma non possiamo permettere che il suo sviluppo si basi sull’uso non autorizzato di decenni di lavoro, talento e sensibilità dei creatori. È necessario stabilire regole chiare che garantiscano che l’autorialità non venga diluita né usurpata.
Sono però convinta che stiamo assistendo alla nascita di una nuova reazione umanista. Sebbene oggi molti utenti facciano fatica a distinguere tra ciò che è organico e ciò che è generato da algoritmi, si percepisce già un rifiuto istintivo verso ciò che è puramente artificioso. Per contrasto, credo che il prestigio di ciò che nasce esclusivamente dall’intelligenza e dall’emozione umana stia vivendo un’ascesa senza precedenti.
Non mi sono limitata a sostenere il manifesto, ma ho deciso di passare all’azione: sono una delle prime autrici a fornire un certificato di garanzia che assicura che i miei testi sono privi di intervento dell’IA. In un mondo saturo di contenuti generati artificialmente, la letteratura deve tornare a essere uno spazio sacro, in cui un essere umano parla davvero a un altro essere umano. Questo è il valore irrinunciabile della nostra professione.
Intervista rilasciata per il portale dell’Ambasciata di Spagna in Italia, a cura di Francesco Maria Menghi. Foto di Carlos Ruiz.





