Intervista esclusiva a François Morlupi: ‘Il cielo degli invisibili’
Il cielo degli invisibili
di François Morlupi
(2026, Feltrinelli)
Chi è l’autore
François Morlupi (1983), italo-francese, è l’autore della popolarissima serie dei Cinque di Monteverde, i cui diritti sono stati ceduti per la trasposizione televisiva e la realizzazione di una graphic novel.
Di cosa parla il libro
Il romanzo è ambientato a Roma, in particolare nei pressi del Policlinico Umberto I. Un luogo simbolico: caotico, affollato, pieno di sofferenza e di vite che si incrociano senza vedersi davvero.
Al centro della scena c’è un chiosco molto particolare: un vecchio autobus Fiat anni ’50 trasformato in paninoteca, chiamato Panini parlanti. Qui ogni panino richiama un classico della letteratura, a sottolineare il legame tra cultura e quotidianità.
Di notte, questo luogo diventa un rifugio umano, un punto di incontro per persone che la società tende a ignorare.
Il protagonista è Otello De Bartolo,un uomo semplice, sessantaquattrenne segnato dalla vita, tornato in Italia dopo anni all’estero. Separato ha un figlio, Giorgio, che lavora al Cern di Ginevra. Vive una condizione di solitudine e marginalità, ma ha una ricchezza interiore enorme: è un autodidatta, appassionato di letteratura.
Non è il classico paninaro, i suoi panini portano i nomi accattivanti avvolti (un Madame Bovary con Arsenico a parte, un Delitto e Castigo, un Guerra e pace) dentro le frasi della Divina Commedia.
Non è un neanche eroe classico: è fragile, ironico, profondamente umano. Proprio per questo riesce a vedere ciò che gli altri ignorano. Suo compagno inseparabile, il pappagallo Virgilio, che fa i conti agli avventori strillando la somma finale.
Un giorno, Otello si accorge che Joseph Koné, giovane medico specializzando e cliente abituale, è scomparso misteriosamente. Quasi contemporaneamente emergono: morti sospette di clochard nella zona, e un senso crescente di inquietudine.
Questi due elementi danno il via a due tipi di indagini. Quella istituzionale razionale, metodica dei Carabinieri guidati dal maresciallo Manlio Buzzini, uomo colto e riflessivo.
E quella più empatica e relazionale portata avanti da un gruppo improbabile ma potente sul piano umano: Otello, la sua giovane aiutante nel chiosco, la Marchesa Margherita transessuale affascinante e fuori dagli schemi, Giuseppe clochard che racconta le dipartite storiche più assurde, simbolo dell’umanità dimenticata. Sono detective per caso, ma proprio perché invisibili agli occhi della società riescono a muoversi dove altri non arrivano.
Le due linee si intrecciano, mostrando come la verità richieda entrambe. Il romanzo non è solo un giallo: è un’indagine morale di cui il tema centrale sono gli invisibili. I senzatetto, i migranti, le persone ai margini, chi vive accanto a noi ma non viene visto. Non vuoti sociali ma custodi di storie, dignità e relazioni e, spesso, sono proprio loro a vedere meglio la realtà.
La storia è permeata da un linguaggio scorrevole, ironia e leggerezza, una coinvolgente alternanza tra noir e umanità e una forte empatia verso i personaggi. Il romanzo suggerisce che il vero problema non è il male, ma l’indifferenza. E che anche vedere è un atto morale, non solo visivo.
Nel romanzo chi sono gli invisibili : una categoria sociale o una condizione esistenziale?
Nel romanzo, sono soprattutto i senzatetto che contemplano un cielo particolare ogni santa mattina: ovvero un cielo brullo, sporco, fatiscente. Un cielo che non è quello blu senza nuvole di Roma, bensì grigio, con cavi penzolanti che non offre né speranze né futuro.
Otello De Bartolo è un anti-eroe. Quanto è stato difficile costruire un protagonista così lontano dagli stereotipi del giallo?
Non tanto perché alla fine il giallo ha subito un’evoluzione di genere. Esistono ormai dei noir in cui a investigare non sono dei professionisti del settore, ma anche degli amatori come fotografi, avvocati, tassisti ecc ecc. Certo De Bartolo è un antieroe per eccellenza: possiede tante fragilità ma anche una qualità essenziale: è un cittadino del mondo che sa cogliere le ingiustizie attorno a sé.
Il chiosco è un luogo simbolico: rappresenta una resistenza culturale?
Il chiosco è un presidio culturale, quasi alla stessa stregua di una libreria dove si mette in risalto la condivisione dell’umanità, dell’empatia collettiva e della Letteratura.
Scrivendo questo romanzo, hai cambiato il modo di guardare le persone per strada?
Assolutamente sì, poiché mi sono dovuto documentare su ciò che accade nel nostro paese. L’idea di base è nata dal fatto che non passava giorno in cui non assistevo al proliferare di tendopoli attorno al Tevere o sotto i ponti e i tunnel della capitale. Noi facciamo finta di non vederli, i clochard, ma le statistiche sono agghiaccianti. Fino a dieci anni fa ce n’erano cinquantamila in Italia, ora sono raddoppiati, e se ne contano un milione in tutta Europa. Hanno una speranza di vita di quarant’anni, la metà di un cittadino comune. Sono soprattutto ultraquarantenni, ma la seconda fascia di età va dai 16 ai 29 anni.
Penso che sia importante focalizzarsi su un problema così serio. Soprattutto dopo che la cosiddetta architettura ostile, nata negli ’70-’80, ha preso piede anche nel nostro paese. Panchine con braccioli, pendenti per fare in modo di non farli dormire nelle piazze. Così come grate davanti alle case o gli scalini delle Chiese, per allontanare il problema e non risolverlo. Non criminalizzando la povertà che riusciremo a farcela. Non è impedendo il libero accesso alla città che ne usciremo tutti insieme.
C’è un personaggio a cui si sente più legato emotivamente?
Beh penso Otello. Desideravo sfatare il luogo comune che soltanto le persone che hanno compiuto tanti anni di studi leggono. Non è vero, ne ho avuto la prova nei miei numerosi tour di promozione di libri. Spesso le lettrici e i lettori forti sono persone comuni, portieri, impiegati di supermercati, personale ATA.
Otello, appunto, non ha potuto studiare, ma ha un grande amore per la letteratura. Crea questi panini letterari, a volte ispirati dal numero delle pagine. Va da sé che il Guerra e pace è enorme e che Il piccolo principe sia piccolo e adatto ai bambini. La sua creatività si espande anche alle salse, come la Padron Ntoni in stile Malavoglia che è molto amara, e la Edmond Dantès dedicata all’immortale Conte di Montecristo che all’inizio non l’avverti ma poi come la sua vendetta, la senti eccome.
Quanto c’è di autobiografico nello sguardo di Otello sul mondo?
Solo l’amore per la letteratura è un personaggio che ho davvero voluto creare di sana pianta.
Questo libro vuole denunciare o creare consapevolezza?
Il compito di un noir è quello di disturbare: l’indagine, infatti, è una scusa per poter raccontare altro, affrontare una tematica sociale che sta a cuore allo scrittore. L’obiettivo è di porre degli interrogativi al lettore, senza mai però fornire le risposte. Ciò che pensa infatti Morlupi non conta e non deve assolutamente contare.
Se Otello smettesse di vedere, cosa perderebbe davvero?
La sua umanità e l’essere un cittadino del mondo.
Chi sono gli invisibili oggi, nella nostra realtà quotidiana?
Siamo tutti noi, poiché chiunque può diventare invisibile da un giorno all’altro. Basta un attimo, un istante effimero per passare dall’altra parte della barricata. Dobbiamo però capire che l’invisibilità non è contagiosa, pertanto dobbiamo, in qualità di persone e di società morale, aiutare il prossimo quando si trova in difficoltà. In caso contrario, affonderemo tutti.
È possibile una società senza invisibili?
Lo spero, ma ahimè so che è molto difficile. Forse nemmeno Platone nella sua Repubblica è arrivato a tanto. Però tra i due estremi possiamo soltanto migliorare e avvicinarsi verso la società ideale. Costruirne una migliore, più empatica dove i valori di fratellanza, solidarietà e uguaglianza siano dei pilastri della civiltà, quello, sì è possibile.
Intervista a cura di Dianora Tinti, scrittrice e giornalista.






