“L’angelo di Monaco” thriller storico di Fabiano Massimi

“L’angelo di Monaco” thriller storico di Fabiano Massimi

Fabiano Massimi scrittore, laureato in Filosofia tra Bologna e Manchester, da anni lavora come consulente per alcune tra le maggiori case editrici italiane.

Il suo recente romanzo d’esordio L’angelo di Monaco (Longanesi) ha tutti i numeri per diventare un bestseller internazione; è stato l’esordio italiano più venduto alla Fiera di Londra 2019.

Un romanzo che racconta, tra realtà storica e finzione, l’indagine sulla morte di Angela Raubal, nipote di Adolf Hitler e suo unico e vero amore.

Di questo libro ce ne parla direttamente l’autore. Ringraziamo Fausto Bailo e la Premiata Libreria Marconi di Bra (Cn) per aver reso possibile questa intervista

Fabiano Massimi

Fabiano, com’è nata la sua passione per la scrittura?

“È una cosa antica: ero bambino quando chiesi alla mia baby-sitter di insegnarmi a battere a macchina, e da che mi ricordo ho sempre desiderato scrivere storie, chissà perché.

 

Per moltissimo tempo – decenni, in effetti – ho vissuto nell’ossessione prima di imparare le tecniche della narrazione (ho frequentato anche un master biennale in materia, alla Scuola Holden), e poi di trovare storie da raccontare, ma il motivo di tanti sforzi mi sfugge ancora oggi. Forse, semplicemente, si nasce già avviati a una strada, e solo percorrerla fino in fondo dona pace”.

Quali sono stati i suoi scrittori di formazione?

“Un’infinità, da Omero a Kavafis, da Dumas padre a Houellebecq, e dubito di aver finito di formarmi. Di sicuro non ho finito di leggere, il desiderio è sempre fortissimo. Ma certo ci sono autori che, nonostante il passare del tempo e lo stratificarsi delle scoperte, rimangono centrali, continuando a svettare su tutto e tutti. Sono Umberto Eco, il narratore come il corsivista, Gabriele D’Annunzio, l’uomo e il poeta, Italo Calvino, di cui amo gli scritti teorici e le interviste quasi quanto i romanzi, e naturalmente Stephen King. Potrei aggiungere, per il giallo/thriller, tre nomi: Carlo Lucarelli, Stieg Larsson e Robert Harris, tutti e tre importantissimi per motivi che hanno a che fare non solo con il piacere di leggere, ma anche con l’impresa di scrivere”.

Quale scintilla l’ha portata a scrivere L’angelo di Monaco?

Aver scoperto per caso la storia di Geli, che fino a un anno e mezzo fa non avevo mai sentito nominare, ed essermi trovato a pensare: come è possibile che sia sconosciuta? Scavando per capire mi sono reso conto che era una vicenda troppo importante per rimanere occulta, e che ne sarebbe venuto un buon thriller, genere che ho sempre guardato con ammirazione e soggezione: non è facile costruire la suspense, e il lettore di crime è il più esigente che ci sia. O forse se la gioca con il lettore di romanzi storici?

L’angelo di Monaco è entrambe le cose: un thriller storico. Mi è stato chiaro da subito che per scriverlo mi sarei infilato in un grosso guaio, ma rendere giustizia a Geli e alla sua storia era un richiamo più forte di ogni timore, e sono partito all’avventura”.

Come nasce l’idea di sviluppare il suo romanzo attraverso la tragica morte di Angela Raubal?

“In effetti si poteva raccontare la storia di Geli in molti modi, mettendola in scena ancora viva e poi portandola passo dopo passo alla soglia fatale. Sarebbe stato forse più emotivo, magari anche più immediato. Ma per me Geli non è mai stata un personaggio: Geli era una persona, e non me la sentivo di entrare nella sua pelle e muoverla come un burattino al servizio di pure illazioni.

 

Nessuno può sapere davvero cosa accade nella mente e nel cuore di qualcun altro – è già difficile conoscere i vivi, figurarsi i morti! Così ho pensato di partire dalla fine, dalla morte della protagonista, che nel romanzo compare solo come fantasma. Ricostruire la sua vita tramite gli sguardi di chi l’aveva conosciuta mi sembra ancora adesso la scelta più onesta”.

Come nasce il Commissario Siegfried Sauer?

“Sul caso Raubal, che fu indagato ufficialmente nei giorni successivi la morte di Geli, rimangono diversi documenti, tra cui il verbale conclusivo firmato dal Direttore della polizia di Monaco. In questo verbale compaiono i nomi dei due «commissari criminali» incaricati delle indagini, tali Sauer e Forster, ma niente di più.

Non sappiamo nemmeno i nomi di battesimo, così mi sono concesso la libertà di inventarli io, insieme ai loro caratteri e alle loro storie. Siegfried Sauer è nato da alcune scelte fatte in modo quasi involontario, tra cui quella di legarlo a doppio filo alla sua Monaco rendendolo però esterno, quasi un estraneo. Ad esempio, in una città famosa per la birra e le salsicce, Sauer è astemio e vegetariano. Qualità che possono sembrare vezzi, in principio, ma con lo svolgersi della vicenda si rivelano cruciali”.

Come è avvenuto il suo incontro con la casa editrice Longanesi?

“Durante la stesura del romanzo mi ero tenuto in contatto con una agente letteraria straordinaria, Carmen Prestia, che ha creduto nell’Angelo di Monaco quando era solo una paginetta di sinossi senza neanche il finale. Completato il manoscritto gliel’ho consegnato, e lei ha trovato il tempo di leggerlo in poche settimane. Le è piaciuto, mi ha chiesto a quali case editrici avrei voluto proporlo, io ho azzardato alcuni nomi che collimavano con i suoi. Entrambi sapevamo che era Longanesi il porto ideale, e quando abbiamo ricevuto la loro offerta non c’è stato alcun dubbio: l’Angelo aveva trovato casa”.

Quali sono stati i suoi sentimenti quando le hanno comunicato che L’angelo di Monaco è stato l’esordio italiano più venduto alla Fiera di Londra 2019?

Estrema sorpresa, ma va detto che a quel punto i diritti di traduzione erano già stati venduti in francese e in spagnolo a due case editrici d’eccezione, Albin Michel e Alfaguara, per cui il mio «entusiasmometro» era ormai scoppiato. Pensare che Sauer e Mutti andranno per il mondo più di quanto l’abbia fatto il loro autore è qualcosa di esilarante. In realtà non credo di aver ben realizzato le dimensioni della faccenda.

 

Magari quando mi ritroverò in mano il testo in polacco o in norvegese, lingue che non riuscirei nemmeno a compitare, mi renderò conto di cosa significhi davvero. Oppure, meglio ancora, quando qualche lettore da paesi lontani mi scriverà per dirmi cosa pensa della storia di Geli. Alla Fiera di Londra ha avuto successo anche perché nessuno la conosceva. Ecco: essere tradotto in tante lingue è una soddisfazione soprattutto perché consentirà di rimettere in circolo una storia ingiustamente dimenticata. Era questo il mio obiettivo, sin dall’inizio, ma mai avrei immaginato che il circolo potesse diventare così grande”.

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