Intervista allo sceneggiatore/scrittore Fabrizio Lo Bianco

Intervista allo sceneggiatore/scrittore Fabrizio Lo Bianco

Dopo l’intervista al disegnatore della graphic novel Ventimila leghe sotto i mari,  come promesso, eccovi quella allo sceneggiatore Fabrizio Lo Bianco che, oltre a fumetti e cartoni animati, è anche autore di libri per ragazzi.

 

Ha esordito come professionista con lo studio Red Whale, sceneggiando due episodi per la serie Monster Allergy, e successivamente per Lys e Angel’s Friends. Dal 2012 è insegnante di ruolo di Lettere alle scuole medie.

 

Ha collaborato con Geronimo Stilton alla sceneggiatura di alcuni testi della collana Storie da Ridere.

 

Ho pubblicato con Disney – Buena Vista, Piemme, Fabbri Editori, Play Press, Tridimensional, Periodici San Paolo, Dreamland, Soleil, Glénat, Mondadori Comics e Tunuè.

 

Nel 2015 è uscito per Rizzoli il suo primo romanzo La guerra di Toni.

Come sempre grazie a Fausto Bailo e alla Premiata Libreria Marconi di Bra (Cuneo)

Quando è entrato a far parte del progetto editoriale che ha consentito la realizzazione del fumetto: Ventimila leghe sotto i mari?

“Circa un anno fa, tramite Stefania Bitta che fa da agente per diversi autori italiani che lavorano per editori francesi. Ho fatto delle prove sulla trasposizione del romanzo a un soggetto-trattamento per 46 tavole e mi hanno assegnato il romanzo di Jules Verne (con i disegni di Francesco Lo Storto) e I tre moschettieri di Dumas (con i disegni di Andres Mossa)“.

Quanto è stato complesso scrivere una sceneggiatura basandosi sul romanzo di Julie Verne?

“Il problema principale di queste trasposizioni è riuscire a sintetizzare romanzi molto corposi e ricchi di dettagli in un numero di tavole relativamente esiguo. Io ho trovato che leggere più volte il romanzo originale aiuta a farsi un’idea di ciò che è sacrificabile e ciò che assolutamente non può mancare nella versione a fumetti. E’ un lavoro abbastanza complesso, ma anche stimolante”.

Quanto tempo ha richiesto la realizzazione della sceneggiatura?

“Per scrivere la sceneggiatura vera e propria c’è voluto circa un mese. Il tempo maggiore l’ha richiesto l’adattamento del romanzo”.

Tra i personaggi che compaiono nel romanzo quale l’ha incuriosita di più?

“I miei personaggi preferiti sono Ned Land e Conseil. Soprattutto per Conseil mi divertiva provare a far emergere un po’ il suo lato ironico”.

Se un giorno un editore le proponesse di scrivere un romanzo dove dare nuova vita al nipote del Capitano Nemo, come lo creerebbe, con quale carattere e quale mezzo userebbe al posto di Nautilus?

“Se potessi, cercherei di ripercorrere il tema che mi interessa di più del romanzo, quello della ribellione dei popoli oppressi. Sarebbe comunque un tema delicatissimo in questo momento storico. Quando scriveva Verne i nazionalismi attraversavano la loro prima fase romantica di liberazione dall’imperialismo e dal colonialismo. In seguito il nazionalismo si è trasformato in qualcosa di egoistico che tende a mettere i popoli in contrapposizione sulla base di presunte superiorità culturali o addirittura razziali.

Il Capitano Nemo di oggi a mio avviso combatterebbe contro questa involuzione becera e razzista. Già nel romanzo di Verne esistono elementi che fanno pensare a una visione multiculturale del mondo (Nemo è un antieroe ormai senza patria che destina buona parte delle ricchezze che trova sui fondali per finanziare i popoli in lotta a varie latitudini del globo). Se avessi il privilegio di scegliere, il nipote di Nemo lo vedrei come una nipote: donna, di colore, sempre dalla parte degli ultimi“.

Cosa l’ha colpita di più del Nautilus sottomarino ideato e comandato dal Capitano Nemo?

“A parte la tecnologia molto avanzata (con la sua creatività Verne ha anticipato alcune invenzioni reali), il fatto che si possa vivere per tanto tempo dentro una macchina del genere e, perdipiù, sott’acqua. Per un claustrofobia come me significherebbe la morte. Credo che la decisione di Nemo di portarsi appresso la sua ricca libreria, una preziosa galleria di dipinti e un organo per suonare serva narrativamente a spiegare la necessità che gli esseri umani hanno di nutrire la propria anima anche nelle condizioni più disagevoli“.

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