Paolo Cognetti, il ribelle che ama Mario Rigoni Stern

Paolo Cognetti, il ribelle che ama Mario Rigoni Stern

paoloPaolo Cognetti (nella foto a sinistra) nasce a Milano, documentarista, noto scrittore, esordisce nel mondo dei giovani autori mostrando fin dai primi lavori, un talento fuori dal comune.

 

Nel 2004 viene dato alle stampe il suo primo libro dal titolo: Manuale per ragazze di successo, finalista al Premio Bergamo 2005. Seguirà Una cosa piccola che sta per esplodere, vincitore del Premio Settembrini 2008, finalista al Premio letterario Piero Chiara 2008, sezione giovani. Vincitore del Premio Renato Fucini 2009.

 

Nel 2012 esce il suo terzo libro dal titolo Sofia si veste sempre di nero. Finalista al Premio Strega 2013. Tutti i libri sono editi dalla Minimum fax
Nel 2013 esce il libro Il ragazzo selvatico edito Terre di mezzo
Curatore dell’antologia di racconti New York Stories edito dalla Einaudi

Di recentissima pubblicazione la sua ultima fatica letteraria Le otto montagne edito dalla Einaudile-otto-montagne

Per ulteriori informazioni questo il suo Blog: Paolo Cognetti

Un ringraziamento a Fausto Bailo che l’ha intervistato per noi e alla Premiata Libreria Marconi di Bra (Cn) che, come sempre, ha collaborato fattivamente.

Quando è nata in lei la passione per la scrittura?

“Prima è nata la passione per la lettura, verso i sedici anni. Mi sentivo affamato di vita e ho cominciato a trovare nei libri i miei maestri, le mie strade. Strade che poi ho preso facendo scelte un po’ difficili (o almeno sembravano difficili al momento: viste oggi, con il senno di poi, mi sembrano scelte sagge), come quella di mettermi a scrivere lasciando gli studi, di tirare avanti per anni in una situazione economica molto incerta, e a un certo punto di andare a vivere in montagna. La scrittura è venuta dopo la lettura, come diretta conseguenza del grande amore per certi libri”.

Quali scrittori l’hanno influenzata?

“All’inizio ero molto attratto da certi ribelli americani: Bukowski soprattutto (lo vedo oggi, a distanza di anni, come un primo amore). Poi bukowskiCarver che mi ha portato a leggere per molto tempo solo autori di racconti, e a scriverne di conseguenza. E ancora Hemingway e Salinger, e poi Grace Paley e Alice Munro. Agli italiani sono arrivato un po’ più tardi, dopo aver superato il rifiuto dovuto alla scuola: tra loro indicherei senz’altro Primo Levi, Natalia Ginzburg, Beppe Fenoglio. Ma considero il mio maestro (sperando che lui mi voglia come allievo) quello che è stato il nostro più grande scrittore di guerra e di montagna, per me il nostro Hemingway, che è Mario Rigoni Stern”.

Quale è stata la scintilla che l’ha portata ad ambientare il suo ultimo romanzo sulla montagna?

“Più che una scintilla direi un incendio! Ho passato in montagna tutte le estati della mia infanzia e adolescenza. Mio padre mi portava a camminare con l’idea che fosse il modo migliore di educarmi (e su questo mi trovo d’accordo con lui). Poi l’ho abbandonata per parecchio tempo, tutto preso da un amore giovanile per la città, ma verso i trent’anni ci sono tornato dopo una crisi che ha coinvolto lavoro, scrittura, relazioni. Da sette otto anni vivo in montagna, almeno in parte: in primavera mi trasferisco da Milano a una baita in mezzo ai boschi e ci resto fino all’autunno. Questo romanzo non è nato da un’ispirazione, ma dalla vita”.

Il punto centrale del suo ultimo racconto è l’amicizia maschile che si forma durante l’infanzia?

“No, credo sia l’amicizia tra due uomini adulti. Non importa quando si forma, anzi mi interessa di più se i ricordi d’infanzia non c’entrano. Possono due uomini diventare amici, trovare una loro forma di confidenza, volersi bene, prendersi cura uno dell’altro? Detta così sembra impossibile, ai nostri tempi. Gli uomini da adulti sono molto soli. I due uomini del mio romanzo provano quest’impresa impossibile”.

Che cosa rappresenta per Paolo Cognetti la montagna?

“Libertà, prima di tutto. Poi semplicità, autenticità, vicinanza alle cose. Poi silenzio, anche silenzio tra le persone, rapporti più fondati sul fare che sul parlare. Poi anche durezza, solitudine, fatica, e il carattere che viene dall’abitudine a far fatica e stare soli”.

Quanto c’è di autobiografico nel suo ultimo romanzo?

“Tutto e niente. Non è una domanda da fare a uno scrittore”.

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