David Bowie in fumetto: intervista esclusiva allo sceneggiatore

David Bowie in fumetto: intervista esclusiva allo sceneggiatore


Ho lasciato ogni posto. David Bowie a Berlino in tre atti

sceneggiatura Lorenzo Coltellacci, illustrazioni Mattia Tassaro

(2026, Feltrinelli Comics)


Sono trascorsi 10 anni da quando Il Duca Bianco ci ha lasciato e numerosi sono stati gli omaggi per ricordarlo. Da pochi mesi è uscita una interessante graphic novel che narra il tormentato, quanto geniale, periodo a cavallo tra il 1977 e il 1979 che David Bowie ha trascorso a Berlino.

Qui traccia e, al contempo, supera una nuova linea di confine nella storia della musica raggiungendo l’apice della sua creatività. Low, Heroes, Lodger: i tre album della Trilogia Berlinese segnano la fine della musica anni settanta e l’inizio di tutto quello che sono stati post-punk e new wave negli ottanta e oltre.

E’ indubbio che Bowie ci ha cambiato ed ha cambiato il modo di vedere il rock trasformandolo in una vera forma d’arte.

Eppure, in contrasto con tutto questo splendore, attraversa un periodo pieno di ombre, in una Berlino divisa da un muro reale e simbolico, ancora da abbattere. Questa graphic novel ha il merito di raccontarci quel David Bowie, così diverso dal personaggio colorato e glamour della fase Ziggy Stardust. Così poco rappresentato, malgrado l’enorme interesse di questo suo periodo berlinese. E attorno a lui appariranno comprimari d’eccezione come Iggy Pop e Brian Eno, oltre a quella stessa Berlino, città che diventa protagonista.

Cerchiamo di saperne di più con questa esclusiva intrevista.


Intervista allo sceneggiatore Lorenzo Coltellacci

Lorenzo, ci dica qualcosa di lei?

“Sono nato e vivo e Roma e da ormai una decina di anni scrivo fumetti (e da un po’ meno anche albi illustrati per bambini). La cosa era nata come una passione e ormai è diventato un vero e proprio lavoro, con oltre 20 pubblicazioni originali con alcuni dei migliori editori tra Italia e Francia e svariate traduzioni all’estero in Spagna, Germania, Corea, Cina, Portogallo, Brasile e Canada”.

Quanto si è reso conto che voleva diventare uno sceneggiatore di fumetti?

“Avevo una ventina di anni, circa. I fumetti mi piaceva leggerli e mi piaceva scrivere. All’inizio scrivevo ancora in prosa, ma c’era qualcosa che mancava, sentivo che non riuscivo a esprimermi come volevo. E allora mi venne l’idea di provare a scrivere fumetti. Ho iniziato da autodidatta, facendo tesoro di tutto quello che avevo letto fino a quel momento e continuando a divorare fumetti con senso critico, da studioso. Feci un primo esperimento con una autoproduzione e poi ho avuto la fortuna di incontrare Tunué che ha creduto nella mia prima graphic novel”.

 

Come è composta la sua giornata di lavoro?

Scrivo fumetti un po’ a tutte le ore, ma principalmente la sera (perché di giorno ho anche un lavoro vero che mi permette di vivere il fumetto con maggiore distacco e meno ansie economiche). Il mio cervello lavora 24 ore su 24 alla ricerca di nuove storie.

 

Quando è stato pubblicato il suo primo lavoro?

“Dipende. Le primissime cose che ho scritto in prosa sono state pubblicate che avevo poco più di 18 anni. Il primo contratto con una casa editrice di fumetti è arrivato nel 2015 con Magic Press, per un volumetto ironico dal titolo: Kamasmart, che all’epoca divenne abbastanza virale su radio e giornali. Poi nel 2020 ho esordito come vero e proprio sceneggiatore per Tunué con Un singolo passo. E nel 2021 ho anche esordito in Francia con Sarbacane”.

 

Quando è nata la sua collaborazione con la Feltrinelli Comics?

“Il primo libro con loro è uscito nel 2024, quello dedicato ai Joy Division, a cui ci stavamo lavorando insieme già dal 2023. Ricordo che un giorno, era febbraio 2023, scrissi a Tito Faraci, editor di Feltrinelli Comics (di cui avevo casualmente la mail), mandandogli il proposal del fumetto. Ci rispose dopo un paio d’ore dicendo che voleva pubblicarlo”!

Qual è stata la genesi che si è conclusa con la realizzazione della graphic novel: Ho lasciato ogni posto?

“Come terzo tassello della nostra trilogia dark, dopo Joy Division e Cure, volevamo tornare un po’ al punto di partenza. Bowie aveva ispirato entrambi. E abbiamo deciso di concentrarci sugli anni berlinesi perché sono gli anni più densi e pregni della sua produzione musicale, ma anche di crescita personale. Volevamo entrare nella testa e nella vita di Bowie di quegli anni”.

Tra la consultazione della documentazione del materiale, la stesura della sceneggiatura, quanto tempo è stato necessario?

“Ci siamo dovuti sbrigare un bel po’, per questioni di calendario editoriale. Ho letto diverse biografie di Bowie nell’arco di un mese e mezzo, due mesi al massimo, e nell’arco di altrettanto tempo ho dovuto scrivere la sceneggiatura, per permettere a Mattia di avere più tempo possibile da dedicare al disegno”.

Aveva già lavorato con l’illustratore Mattia Tassaro?

“Certo, era il nostro terzo libro insieme. E non avrei potuto desiderare compagno di viaggio migliore”.


Intervista a cura di Fausto Bailo, promotore culturale.


 

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