La solitudine: un’esperienza sociale

La solitudine: un’esperienza sociale

            

monica paggetti

 

Pubblico con piacere queste interessanti riflessioni sulla solitudine a firma di Monica Paggetti (nella foto a sinistra), toscana, Counselor  e consulente di orientamento.

 

 

 

 

“CI AUGURIAMO DI TROVARE UN PUBBLICO NON CORROTTO E DOTATO DI IMMAGINAZIONE, CAPACE DI ASCOLTARE E, CON PASSIONE, RACCONTARE”  (W. B. Yeats)

Narrare, raccontare, ascoltare una storia aiuta a tessere legami, favorisce le relazioni, abbrevia le distanze. D’altro canto le persone stesse costruiscono, e sono, storie da raccontare, condividere o semplicemente ascoltare.

La mia formazione, come Counselor prima e come Consulente di Orientamento poi, trova le sue radici nell’approccio narrativo. Grazie a questi studi, le narrazioni caratterizzano sempre ogni mio lavoro, sia che mi veda impegnata come docente in ambito scolastico che come formatrice e consulente.

In uno dei miei interventi, come Counselor, mi è stato chiesto di parlare della solitudine in rapporto alla società odierna. Il tema del solitudineseminario era RELAZIONI TRA  PERSONE  E SOCIETÀ’ CONTEMPORANEA e io ho intitolato la mia relazione:  SOLITUDINE, UN’ESPERIENZA SOCIALE.

Nel prepararlo ho ricordato alcune pagine, scritte da Martina Evangelista – consulente di orientamento – in PENSIERI CIRCOLARI, che ben si legavano al lavoro che mi accingevo a presentare.

“Ogni forma di racconto è un dono che si sceglie deliberatamente di fare ad un altro essere umano, e riceverlo in modo attivo è espressione di accettazione e accoglienza. Questo processo segna l’instaurarsi di un positivo rapporto di fiducia tra gli individui coinvolti, e facilita le successive fasi della coesistenza”.

Ho costruito quindi il lavoro che avrei presentato come una narrazione, riflettendo su alcune esperienze e ho cercato di parlare della solitudine vista come un’esperienza sociale condividendo riflessioni lette, ascoltate, raccontate.

 

Di seguito un estratto di questo mio contributo.

Come spesso accade, quando le considerazioni sono semplici e brevi,farò sicuramente torto alla storia e ai grandi pensatori ricordandone solo alcuni. D’altra parte questo lavoro non ha la pretesa di essere una ricerca accademica ma è mera riflessione riguardo un tema sempre più in evoluzione e al quale dovrà prestare attenzione chi ne è veramente esperto.

In psicologia Jung ad esempio ci introduce al concetto di solitudine riferendosi alla stessa come una dimensione esistenziale naturale e intrinseca all’uomo.

Egli sostiene che la solitudine acquisisce una dignità propria in quanto condizione necessaria al processo di individuazione.

Certo il rischio è quello di allontanarci da chi ci circonda ma, sempre secondo Jung, prima di imparare a stare con gli altri dobbiamo imparare a stare soli. Siamo davvero soli soltanto se non riusciamo a stare con noi stessi, la solitudine quindi diventa condizione necessaria perché ti permette di ascoltare l’anima e spegnere le luci finte.

Infatti egli sostiene che la solitudine non deriva dal fatto di non avere nessuno intorno, ma dalla incapacità di comunicare le cose che ci sembrano importanti, o nel dare valore a certi pensieri che gli altri giudicano inammissibili.

D’altra parte Schopenhauer sosteneva che la solitudine fosse fonte di felicità, ritenendo che mai si sentirà solo chi è in compagnia di nobili pensieri. Amava spesso ripetere: “I grandi spiriti costruiscono, come le aquile, i loro nidi a grandi altezze, nella solitudine”.

In letteratura inoltre, numerose sono le opere di scrittrici e scrittori, poetesse e poeti che hanno affrontato questo tema.

Siamo stati sostenuti da Petrarca, Ariosto, ma anche dalla solitudine di Ulisse, dalla angoscia di Gesù, per arrivare, attraverso tutto il Rinascimento, fino a Leopardi, Pascoli, D’Annunzio e poi il novecento con Ungaretti, Pavese, Quasimodo…e uscendo dai confini, Goethe, Dickinson, Eliot, Frost, Boudelaire, Keats, Heaney, Szymborska…

monica paggetti solitudineCerto è che le testimonianze di pensiero, artistiche, cinematografiche, sono altresì fondamentali (come non ricordare Scorsese con Taxi Driver (nella foto a sinistra una scena del film), Bergman, Antonioni e Sean Penn con INTO THE WILD. Insieme alla solitudine della grande America dipinta da Hopper e il senso di solitudine messo in musica da Schubert fino ad oggi con Conte e Gaber.

Soprattutto in tempi attuali, la quotidianità delle azioni oscilla tra momenti scanditi dai social, imbevuti di chiacchiere e rumori e oscure depressioni, alla ricerca di un qualche antidoto perché da fuori non si noti più di tanto il vuoto che in realtà esiste.

Il tutto sotto gli occhi di un’ideologia neoliberale che esalta la competizione e l’individualismo. Ed è proprio qui che si amplia il discorso.

La solitudine, quella che induce alla riflessione, va coltivata, amata con forza, come sosteneva Pasolini. Bisogna essere forti per saper rimanere soli con se stessi e per poter ritrovare la dimensione necessaria alla vita con gli altri.

Ogni momento dedicato alla ricerca interiore potrà fare da collante per la costruzione di relazioni sociali basate sull’ascolto empatico. Il sentire dentro è strettamente legato alla comprensione delle prospettive degli altri.

“Necessita di capacità di riconoscimento, percezione, valorizzazione e potenziamento, oltre che della concezione della diversità come ricchezza ed opportunità”-M. Evangelista.

In questo percorso l’individuo acquisisce sempre più la consapevolezza di sé e del controllo sulle proprie scelte.

Ascolto e racconto diventano allora partecipazione attiva alla costruzione di sé, alla costruzione di storie e di legami sociali. Ecco che condividere storie significa anche condividere emozioni. Ogni vissuto è una storia, una narrazione veicolata sotto forma di racconto, film, poesia, immagine, dipinto, musica… e per dirla con Gramsci e poi con Rodari, c’è una gran fatica nel saper stare ad ascoltare, ad osservare, nello star seduti a leggere, a scrivere, a studiare parole. Tutto il nostro corpo è partecipe e ogni parola “ci lega alla storia…in ogni significato è depositata la nostra memoria e  la nostra identità.-DE MAURO-.

Se le parole, le immagini, le storie, tessono legami sociali allora dalla ricerca interiore dovrà necessariamente nascere un’esperienza sociale. E la donna e l’uomo, come tutti i mammiferi sociali hanno bisogno di creare relazioni con i loro simili.

Il giornalista George Monbiot, ha riportato sul THE GUARDIAN i risultati di una recente ricerca sulle malattie mentali e il loro legame con l’egoismo competitivo e l’individualismo. “Il vuoto sociale è riempito dal consumismo e non c’è da stupirsi di questa solitudine individualista” scrive Monbiot.

Una visione del mondo che in ultima istanza produce quella che viene chiamata dai sociologi solitudine individualista, provoca sad woman sitting alone in a empty roomsofferenze che oggi rischiano di sfociare in veri e propri disturbi sociali, costringendo le persone a sopravvivere in una “società liquida” in cui, per occupare la scena, l’unica soluzione è la prevaricazione dell’ altro.

I media mandano continuamente messaggi di una vita facile e comoda; i moderni e incessanti concorsi televisivi alimentano

aspirazioni impossibili concorrendo a nutrire quella che viene chiamata frammentazione sociale. Il successo personale è alimentato da un’insana competizione.

Le neuroscienze ci aiutano a capire questo fenomeno parlando di dolore sociale che, così come il dolore fisico, viene elaborato dagli

stessi circuiti di neuroni.

Ma negli esseri umani, come negli altri mammiferi sociali, lo stare insieme e il contatto riducono il dolore fisico. Alcune scimmie prive di cibo e tenute in isolamento per 22 ore, prima di mangiare si sono riunite alle loro compagne.

Non è difficile capire quali potrebbero essere le ragioni evolutive per la presenza del dolore sociale.

A questo proposito, per concludere, vorrei citare un grande poeta contemporaneo, Franco Buffoni, traduttore dei grandi romantici inglesi e testimone dei vissuti e delle solitudini dell’essere umano. Una delle sue opere “Il profilo del rosa” racconta, attraverso l’intensità lirica dei vissuti, il rapporto tra individuo e collettività, egli esplora l’invisibile con una visione europea auspicando una comunità che prova a vivere assieme. E la comunità ha le sue radici nell’accettazione dell’inaspettato anche se fa male.

 

“Un brivido di unghia ad ogni strappo

Mi dava la macchina per cucire

Col pedale a muovere l’ago

E le dita vicine a regolare

L’afflusso della tela.

Perché ad ogni strappo della mano-mamma

Il filo lasciava la spoletta

E l’ago entrava.”

(Franco Buffoni)

Ci vuole allora una visione più grande riguardo il saper stare in solitudine e il saper stare vicino agli altri perché di tutte le fantasie umane, l’idea che ogni persona ce la possa fare da sola è la più assurda e forse la più pericolosa.

MONICA PAGGETTI – Counselor – Consulente di orientamento

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